CATECHISMO

DELLA

CHIESA CATTOLICA

 

 

 

 

2.     Itinerario e spirito della stesura del testo

Il «Catechismo della Chiesa Cattolica» è frutto di una larghissima collaborazione: è stato elaborato in sei anni di intenso lavoro condotto in uno spirito di attenta apertura e con un appassionato ardore.

Nel 1986 ho affidato a una Commissione di dodici Cardinali e Vescovi, presieduta dal signor Cardinale Joseph Ratzinger, l'incarico di preparare un progetto per il Catechismo richiesto dai Padri del Sinodo. Un Comitato di redazione di sette Vescovi diocesani, esperti di teologia e di catechesi, ha affiancato la Commissione nel suo lavoro.

La Commissione, incaricata di dare le direttive e di vigilare sullo svolgimento dei lavori, ha seguito attentamente tutte le tappe della redazione delle nove successive stesure. Il Comitato di redazione, da parte sua, ha assunto la responsabilità di scrivere il testo, di apportarvi le modifiche richieste dalla Commissione e di esaminare le osservazioni di numerosi teologi, esegeti e catecheti e soprattutto dei Vescovi del mondo intero, al fine di migliorare il testo. Il Comitato è stato un luogo di scambi fruttuosi ed arricchenti per assicurare l'unità e l'omogeneità del testo.

Il progetto è stato fatto oggetto di una vasta consultazione di tutti i Vescovi cattolici, delle loro Conferenze episcopali o dei loro Sinodi, degli Istituti di teologia e di catechetica. Nel suo insieme esso ha avuto un'accoglienza largamente favorevole da parte dell'Episcopato. Si ha ragione di affermare che questo Catechismo è il frutto di una collaborazione di tutto l'Episcopato della Chiesa Cattolica, il quale ha accolto con generosità il mio invito ad assumere la propria parte di responsabilità in un'iniziativa che riguarda da vicino la vita ecclesiale. Tale risposta suscita in me un profondo sentimento di gioia, perché il concorso di tante voci esprime veramente quella che si può chiamare la «sinfonia» della fede. La realizzazione di questo Catechismo riflette in tal modo la natura collegiale dell'Episcopato: testimonia la cattolicità della Chiesa.

 

3.     Distribuzione della materia

Un catechismo deve presentare con fedeltà ed in modo organico l'insegnamento della Sacra Scrittura, della Tradizione vivente nella Chiesa e del Magistero autentico, come pure l'eredità spirituale dei Padri, dei santi e delle sante della Chiesa, per permettere di conoscere meglio il mistero cristiano e di ravvivare la fede del popolo di Dio. Esso deve tener conto delle esplicitazioni della dottrina che nel corso dei tempi lo Spirito Santo ha suggerito alla Chiesa. E anche necessario che aiuti a illuminare con la luce della fede le situazioni nuove e i problemi che nel passato non erano ancora emersi. Il Catechismo comprenderà quindi cose nuove e cose antiche (cf Mt 13, 52), poiché la fede è sempre la stessa e insieme è sorgente di luci sempre nuove. Per rispondere a questa duplice esigenza, il «Catechismo della Chiesa Cattolica» da una parte riprende l'«antico» ordine, quello tradizionale, già seguito dal Catechismo di  San Pio V, articolando il contenuto in quattro parti: il Credo; la sacra Liturgia, con i sacramenti in primo piano; l'agire cristiano, esposto a partire dai comandamenti; ed infine la preghiera cristiana. Ma, nel medesimo tempo, il contenuto è spesso espresso in un modo «nuovo», per rispondere agli interrogativi della nostra epoca.

Le quattro parti sono legate le une alle altre: il mistero cristiano è l’oggetto della fede (prima parte); è celebrato e comunicato nelle azioni liturgiche (seconda parte); è presente per illuminare e sostenere i figli di Dio nel loro agire (terza parte); fonda la nostra preghiera, la cui espressione privilegiata è il «Padre Nostro», e costituisce l'oggetto della nostra supplica, della nostra lode, della nostra intercessione (quarta parte).

La Liturgia è essa stessa preghiera; la confessione della fede trova il suo giusto posto nella celebrazione del culto. La grazia, frutto dei sacramenti, è la condizione insostituibile dell'agire cristiano, così come la partecipazione alla Liturgia della Chiesa richiede la fede. Se la fede non si sviluppa nelle opere, è morta (cf Gc 2, 14-16) e non può dare frutti di vita eterna.

Leggendo il «Catechismo della Chiesa Cattolica» si può cogliere la meravigliosa unità del mistero di Dio, del suo disegno di salvezza, come pure la centralità di Gesù Cristo, l'Unigenito Figlio di Dio, mandato dal Padre, fatto uomo nel seno della Santissima Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, per essere il nostro Salvatore. Morto e risorto, Egli è sempre presente nella sua Chiesa, particolarmente nei sacramenti; Egli è la sorgente della fede, il modello dell'agire cristiano e il Maestro della nostra preghiera.

 

4.     Valore dottrinale del testo

Il «Catechismo della Chiesa Cattolica», che ho approvato lo scorso 25 giugno e di cui oggi ordino la pubblicazione in virtù dell'autorità apostolica, è un'esposizione della fede della Chiesa e della dottrina cattolica, attestate o illuminate dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione apostolica e dal Magistero della Chiesa. Io lo riconosco come uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale e come una norma sicura per l'insegnamento della fede. Possa servire al rinnovamento al quale lo Spirito Santo incessantemente chiama la Chiesa di Dio, Corpo di Cristo, pellegrina verso la luce senza ombre del Regno! L'approvazione e la promulgazione del «Catechismo della Chiesa Cattolica» costituiscono un servizio che il successore di Pietro vuole rendere alla Santa Chiesa Cattolica, a tutte le Chiese particolari in pace e in comunione con la Sede apostolica di Roma: il servizio cioè di sostenere e confermare la fede di tutti i discepoli del Signore Gesù (cf Lc 22, 32), come pure di rafforzare i legami dell'unità nella medesima fede apostolica. Chiedo pertanto ai Pastori della Chiesa e ai fedeli di accogliere questo Catechismo in spirito di comunione e di usarlo assiduamente nel compiere la loro missione di annunziare la fede e di chiamare alla vita evangelica. Questo Catechismo viene loro dato perché serva come testo di riferimento sicuro e autentico per l'insegnamento della dottrina cattolica, e in modo tutto particolare per l'elaborazione dei catechismi locali. Viene pure offerto a tutti i fedeli che desiderano approfondire la conoscenza delle ricchezze inesauribili della salvezza (cf Gv 8, 32). Intende dare un sostegno agli sforzi ecumenici animati dal santo desiderio dell'unità di tutti i cristiani, mostrando con esattezza il contenuto e l'armoniosa coerenza della fede cattolica. Il «Catechismo della Chiesa Cattolica», infine, è offerto ad ogni uomo che ci domandi ragione della speranza che è in noi (cf 1 Pt 3, 15) e che voglia conoscere ciò che la Chiesa Cattolica crede. Questo Catechismo non è destinato a sostituire i Catechismi locali debitamente approvati dalle autorità ecclesiastiche, i Vescovi diocesani e le Conferenze episcopali, soprattutto se hanno ricevuto l'approvazione della Sede apostolica. Esso è destinato ad incoraggiare ed aiutare la redazione di nuovi catechismi locali, che tengano conto delle diverse situazioni e culture, ma che custodiscano con cura l'unità della fede e la fedeltà alla dottrina cattolica.

 

5.     Conclusione

Al termine di questo documento che presenta il «Catechismo della Chiesa Cattolica», prego la Santissima Vergine Maria, Madre del Verbo Incarnato e Madre della Chiesa, di sostenere con la sua potente intercessione l'impegno catechistico dell'intera Chiesa ad ogni livello, in questo tempo in cui essa è chiamata ad un nuovo sforzo di evangelizzazione. Possa la luce della vera fede liberare l'umanità dall'ignoranza e dalla schiavitù del peccato per condurla alla sola libertà degna di questo nome (cf Gv 8, 32): quella della vita in Gesù Cristo sotto la guida dello Spirito Santo, quaggiù e nel Regno dei cieli, nella pienezza della beatitudine della visione di Dio faccia a faccia (cf 1 Cor 13, 12, 2 Cor 5, 6-8)!

Dato il giorno 11 ottobre 1992,

trentesimo anniversario dell'apertura

del Concilio Ecumenico Vaticano II,

quattordicesimo anno del mio pontificato.

Joannes Paulus PP. II


 

GIOVANNI PAOLO II VESCOVO

Servo dei Servi di Dio

A perpetua memoria.

 

Ai Venerabili Fratelli Cardinale, Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Presbiteri, Diaconi e a tutti i Membri del Popolo di Dio

 

1.     Introduzione

Custodire il deposito della fede è la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa e che essa compie in ogni tempo. Il Concilio Ecumenico Vaticano II, aperto trent’anni or sono dal mio predecessore Giovanni XXIII, di felice memoria, aveva come intestazione e come finalità di mettere in luce la missione apostolica e pastorale della Chiesa, e di condurre tutti gli uomini, facendo risplendere la verità del Vangelo, a cercare e ad accogliere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (cf Ef 3. 19).

Al Concilio il Papa Giovanni XXIII aveva assegnato come compito principale di meglio custodire e presentare il prezioso deposito della dottrina cristiana, per renderlo più accessibile ai fedeli di Cristo e a tutti gli uomini di buona volontà. Pertanto il Concilio non doveva per prima cosa condannare gli errori dell’epoca, ma innanzitutto impegnarsi a mostrare serenamente la forza e la bellezza della dottrina della fede. «illuminata dalla luce di questo Concilio – diceva il Papa – la Chiesa […] si ingrandirà di spirituali ricchezze e, attingendovi forze di nuove energie, guarderà intrepida al futuro […]. Il nostro dovere […] è di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera che la nostra età esige, proseguendo così il cammino, che la Chiesa compie da quasi venti secoli»1.

Con l’aiuto di Dio i Padri conciliari hanno potuto elaborare, in quattro anni di lavoro, un considerevole complesso di esposizioni dottrinali e di direttive pastorali offerte a tutta la Chiesa. Pastori e fedeli vi trovano orientamenti per quel «rinnovamento di pensieri, di attività, di costumi e di forza morale, di gaudio e di speranza, che è stato lo scopo delò Concilio»2.

Dopo la sua conclusione, il Concilio non ha cessato di ispirare la vita della Chiesa. Nel 1985 potevo affermare: «Per me – che ho avuto la grazia speciale di parteciparvi e di collaborare attivamente al suo svolgimento – il Vaticano II è sempre stato, ed è in modo particolare in questi anni del mio Pontificato, il costante punto di riferimento di ogni mia azione pastorale, nell’impegno consapevole di tradurre le direttive in applicazione concreta e fedele, a livello di ogni Chiesa e di tutta la Chiesa.. Occorre incessantemente rifarsi a questa sorgente»3.

In questo spirito, il 25 gennaio 1985 ho convocato un'Assemblea straordinaria del ventesimo anniversario della chiusura del Concilio. Scopo di questa assemblea era di celebrare le grazie e i frutti spirituali del Concilio Vaticano II, di approfondire l’insegnamento per meglio aderire ad esso e di promuovere la conoscenza e l’applicazione.

In questa circostanza i Padri sinodali hanno affermato: «Moltissimi hanno espresso il desiderio che venga composto un catechismo o compendio di tutta la dottrina cattolica per quanto riguarda sia la fede che la morale, perché sia quasi un punto di riferimento per i catechismi o compendi che vengono preparati nelle diverse regioni. La presentazione della dottrina deve essere biblica e liturgica. Deve trattarsi di una sana dottrina, adatta alla vita attuale dei cristiani»4. Dopo la chiusura del Sinodo, ho fatto mio questo desiderio, ritenendolo «pienamente rispondente ad un vero bisogno della Chiesa universale e delle Chiese particolari»5.

Come non ringraziare di tutto Cuore il Signore, in questo giorno in cui possiamo offrire a tutta la Chiesa, con il titolo di «Catechismo della Chiesa Cattolica», questo «testo di riferimento» per una catechesi rinnovata alle vive sorgenti della fede! Dopo il rinnovamento della Liturgia e la nuova codificazione del Diritto canonico della Chiesa latina e dei canoni delle Chiese orientali cattoliche, questo Catechismo apporterà un contributo molto importante a quell'opera di rinnova-mento dell'intera vita ecclesiale, voluta e iniziata dal Concilio Vaticano II.

 

 

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1        Giovanni XXIII. Discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962: AAS 54 (1962), pp. 788-791.

2        Paolo VI. Discorso di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 8 dicembre 1965: AAS 58 (1966), pp. 7-8.

3        Giovanni Paolo II. Allocuzione del 25 gennaio 1985: l’Osservatore Romano, 27 gennaio 1985.

4       Rapporto finale del Sinodo straordinario, 7 dicembre 1985, II, B, a, n. 4; Enchiridion Vaticanum, vol. 9, p. 1758.

5       Giovanni Paolo II. Discorso di chiusura del Sinodo straordinario, 7 dicembre 1985, n. 6:AAS 78 (1986), p. 435.


 

PARTE PRIMA

LA PROFESSIONE DELLA FEDE

 

SEZIONE PRIMA

«IO CREDO» - «NOI CREDIAMO»

 

26       Quando professiamo la nostra fede, cominciamo dicendo: «Io credo» oppure «Noi crediamo». Perciò, prima di esporre la fede della Chiesa, così com’è confessata nel Credo, celebrata nella Liturgia, vissuta nella pratica dei comandamenti e nella preghiera, ci domandiamo che cosa significa «credere». La fede è la risposta dell'uomo a Dio che gli si rivela e gli si dona, apportando nello stesso tempo una luce sovrabbondante all'uomo in cerca del senso ultimo della vita. Prendiamo anzitutto in considerazione questa ricerca dell'uomo (capitolo primo), poi la Rivelazione divina attraverso la quale Dio si manifesta all'uomo (capitolo secondo), infine la risposta della fede (capitolo terzo).

 

Capitolo Primo

L'UOMO È «CAPACE» DI DIO

 

I.     Il desiderio di Dio

27       II desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell'uomo, perché l'uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l'uomo e soltanto in Dio l'uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa:

La ragione più alta della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e se non si affida al suo Creatore1.

 

28       Nel corso della loro storia, e fino ai giorni nostri, gli uomini in molteplici modi hanno espresso la loro ricerca di Dio attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc.). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d'espressione sono così universali che l'uomo può essere definito un essere religioso:

Dio creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (At 17, 26-28).

 

29       Ma questo «intimo e vitale legame con Dio»2 può essere dimenticato, misconosciuto e perfino esplicitamente rifiutato dall'uomo. Tali atteggiamenti possono avere origini assai diverse3: la ribellione contro la presenza del male nel mondo, l'ignoranza o l'indifferenza religiosa, le preoccupazioni del mondo e delle ricchezze4, il cattivo esempio dei credenti, le correnti di pensiero ostili alla religione, e infine la tendenza dell'uomo peccatore a nascondersi, per paura, davanti a Dio5 e a fuggire davanti alla sua chiamata6.

 

30       «Gioisca il cuore di chi cerca il Signore» (Sal 105,3). Se l'uomo può dimenticare o rifiutare Dio, Dio però non si stanca di chiamare ogni uomo a cercarlo perché viva e trovi la felicità. Ma tale ricerca esige dall'uomo tutto lo sforzo della sua intelligenza, la rettitudine della sua volontà, «un cuore retto» ed anche la testimonianza di altri che lo guidino nella ricerca di Dio.

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù e la tua sapienza incalcolabile. E l'uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te7.

 

II.    Le vie che portano alla conoscenza di Dio

31       Creato a immagine di Dio, chiamato a conoscere e ad amare Dio, l'uomo che cerca Dio scopre alcune «vie» per arrivare alla conoscenza di Dio. Vengono anche chiamate «prove dell'esistenza di Dio», non nel senso delle prove ricercate nel campo delle scienze naturali, ma nel senso di «argomenti convergenti e convincenti» che permettono di raggiungere vere certezze. Queste «vie» per avvicinarsi a Dio hanno come punto di partenza la creazione: il mondo materiale e la persona umana.

 

32       Il mondo: partendo dal movimento e dal divenire, dalla contingenza, dall'ordine e dalla bellezza del mondo si può giungere a conoscere Dio come origine e fine dell'universo.

San Paolo riguardo ai pagani afferma «Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1, 19-20)8.

E sant'Agostino: «Interroga la bellezza della terra, del mare, dell'aria rarefatta e dovunque espansa; interroga la bellezza del ciclo... interroga tutte queste realtà. Tutte ti risponderanno: guardaci pure e osserva come siamo belle. La loro bellezza è come un loro inno di lode ["confessio"]. Ora, queste creature, così belle ma pur mutevoli, chi le ha fatte se non uno che è bello ["Pulcher"] in modo immutabile?»9.

 

33       L’uomo con la sua apertura alla verità e alla bellezza, con il suo senso del bene morale, con la sua libertà e la voce della coscienza, con la sua aspirazione all'infinito e alla felicità, l'uomo si interroga sull'esistenza di Dio. In queste aperture egli percepisce segni della propria anima spirituale. «Germe dell'eternità che porta in sé, irriducibile alla sola materia»10, la sua anima non può avere la propria origine che in Dio solo.

 

34       II mondo e l'uomo attestano che essi non hanno in se stessi né il loro primo principio né il loro fine ultimo, ma che partecipano all'Essere in sé, che non ha né origine né fine. Così, attraverso queste diverse «vie», l'uomo può giungere alla conoscenza dell'esistenza di una realtà che è la causa prima e il fine ultimo di tutto «e che tutti chiamano Dio»11.

 

35       L'uomo ha facoltà che lo rendono capace di conoscere l'esistenza di un Dio personale. Ma perché l'uomo possa entrare nella sua intimità, Dio ha voluto rivelarsi a lui e donargli la grazia di poter accogliere questa Rivelazione nella fede. Tuttavia, le «prove» dell'esistenza di Dio possono disporre alla fede ed aiutare a constatare che questa non si oppone alla ragione umana.

 

III.  La conoscenza di Dio secondo la Chiesa

36       «La santa Chiesa, nostra madre, sostiene e insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create»12. Senza questa capacità, l'uomo non potrebbe accogliere la Rivelazione di Dio. L'uomo ha questa capacità perché è creato «a immagine di Dio»13.

 

37       Tuttavia, nelle condizioni storiche in cui si trova, l'uomo incontra molte difficoltà per conoscere Dio con la sola luce della ragione.

Infatti, sebbene la ragione umana, per dirla semplicemente, con le sole sue forze e la sua luce naturale possa realmente pervenire ad una conoscenza vera e certa di un Dio personale, il quale con la sua Provvidenza si prende cura del mondo e lo governa, come pure di una legge naturale inscritta dal Creatore nelle nostre anime, tuttavia la stessa ragione incontra non poche difficoltà ad usare efficacemente e con frutto questa sua capacità naturale. Infatti le verità che concernono Dio e riguardano i rapporti che intercorrono tra gli uomini e Dio, trascendono assolutamente l'ordine delle cose sensibili, e, quando devono tradursi in azioni e informare la vita, esigono devoto assenso e la rinuncia a se stessi. Lo spirito umano, infatti, nella ricerca intorno a tali verità, viene a trovarsi in difficoltà sotto l'influsso dei sensi e della immaginazione ed anche a causa delle tendenze malsane nate dal peccato originale. Da ciò consegue che gli uomini facilmente si persuadono, in tali argomenti, che è falso o quanto meno dubbio ciò che essi non vorrebbero che fosse vero»14.

 

38       Per questo l'uomo ha bisogno di essere illuminato dalla Rivelazione di Dio, non solamente su ciò che supera la sua comprensione, ma anche sulle «verità religiose e morali che, di per sé, non sono inaccessibili alla ragione, affinché nella presente condizione del genere umano possano essere conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza d'errore»15.

 

IV.   Come parlare di Dio?

39       Nel sostenere la capacità che la ragione umana ha di conoscere Dio, la Chiesa esprime la sua fiducia nella possibilità di parlare di Dio a tutti gli uomini e con tutti gli uomini. Questa convinzione sta alla base del suo dialogo con le altre Religioni, con la filosofia e le scienze, come pure con i non credenti e gli atei.

 

40       Essendo la nostra conoscenza di Dio limitata, lo è anche il nostro linguaggio su Dio. Non possiamo parlare di Dio che a partire dalle creature e secondo il nostro modo umano, limitato, di conoscere e di pensare.

 

41       Le creature hanno tutte una certa somiglianza con Dio, in modo particolarissimo l'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio. Le molteplici perfezioni delle creature (la loro verità, bontà, bellezza) riflettono dunque la perfezione infinita di Dio. Di conseguenza, noi possiamo parlare di Dio a partire dalle perfezioni delle sue creature, «difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l'Autore» (Sap 13, 5).

 

42       Dio trascende ogni creatura. Occorre dunque purificare continuamente il nostro linguaggio da ciò che ha di limitato, di immaginoso, di imperfetto per non confondere il Dio «ineffabile, incomprensibile, invisibile, inafferrabile»16 con le nostre rappresentazioni umane. Le parole umane restano sempre al di qua del Mistero di Dio.

 

43       Parlando così di Dio, il nostro linguaggio certo si esprime alla maniera umana, ma raggiunge realmente Dio stesso, senza tuttavia poterlo esprimere nella sua infinita semplicità. Ci si deve infatti ricordare che «non si può rilevare una qualche somiglianza tra Creatore e creatura senza che si debba notare tra di loro una dissomiglianza ancora maggiore»17, e che «noi non possiamo cogliere di Dio ciò che Egli è, ma solamente ciò che Egli non è, e come gli altri esseri si pongano in rapporto a lui»18.

 

In sintesi

44       L'uomo è per natura e per vocazione un essere religioso. Poiché viene da Dio e va a Dio, l'uomo non vive una vita pienamente umana, se non vive liberamente il suo rapporto con Dio.

 

45       L'uomo è creato per vivere in comunione con Dio, nel quale trova la propria felicità: «Quando mi sarò unito a Te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena. Sarà vera vita la mia, tutta piena di Te»19.

 

46       Quando ascolta il messaggio delle creature e la voce della propria coscienza, l'uomo può raggiungere la certezza dell'esistenza di Dio, causa e fine di tutto.

 

47       La Chiesa insegna che il Dio unico e vero, nostro Creatore e Signore, può essere conosciuto con certezza attraverso le sue opere, grazie alla luce naturale della ragione umana20.

 

48       Partendo dalle molteplici perfezioni delle creature, similitudini del Dio infinitamente perfetto, possiamo realmente parlare di Dio, anche se il nostro linguaggio limitato non ne esaurisce il Mistero.

 

49       «La creatura senza il Creatore svanisce»21. Ecco perché i credenti sanno di essere spinti dall'amore di Cristo a portare la luce del Dio vivente a coloro che lo ignorano e lo rifiutano.

 

 

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1                 CONC.ECUM. VAT ii, Gaudium etspes, 19, 1.

2                 Ibid.

3                 CEibid., 19-21.

4                 Cf Mf 13, 22.

5                 CfG/z3,8-10.

6                 CfGzbl,3.

7                 SANT'AGOSTINO, Confessiones, 1, 1,1.

8                 Cf At 14, 15.17; 17,27-28; Sap 13,1-9.

9                 SANT'AGOSTINO. Sermones, 241, 2: PL 38, 1134.

10               CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 18; cf 14.

11               SAN TOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, 1, 2, 3.

12               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM., 3004; cf 3026; CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 6.

13               Cf Gn 1, 27.

14          Pio XII, Lett. enc. Humani generis: DENZ.-SCHÖNM., 3875.

15               Ibid., 3876; cf Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM., 3005; CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 6; SAN TOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, 1, 1, 1.

16          Liturgia di san Giovanni Crisostomo, Anafora.

17               Concilio Lateranense IV: DENZ.-SCHÖNM., 806.

18               SAN TOMMASO DAQUINO, Summa cantra gentiles, 1,30.

19               SANT'AGOSTINO, Confessiones, 10, 28, 39.

20               Cf Concilio Vaticano I: DENZ-SCHÖNM., 3026.

21               CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 36.

 

 


 

Capitolo Secondo

DIO VIENE INCONTRO ALL'UOMO

 

50       Per mezzo della ragione naturale, l'uomo può conoscere Dio con certezza a partire dalle sue opere. Ma esiste un altro ordine di conoscenza a cui l'uomo non può affatto arrivare con le sue proprie forze, quello della Rivelazione divina1. Per una decisione del tutto libera, Dio si rivela e si dona all'uomo svelando il suo Mistero, il suo disegno di benevolenza prestabilito da tutta l'eternità in Cristo a favore di tutti gli uomini. Egli rivela pienamente il suo disegno inviando il suo Figlio prediletto, nostro Signore Gesù Cristo, e lo Spirito Santo.

 

Articolo 1

LA RIVELAZIONE DI DIO

 

I.     Dio rivela il suo «disegno di benevolenza»

51       «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura»2.

 

52       Dio che «abita una luce inaccessibile» (1Tm 6, 16) vuole comunicare la propria vita divina agli uomini da lui liberamente creati, per farne figli adottivi nel suo unico Figlio3. Rivelando se stesso, Dio vuole rendere gli uomini capaci di rispondergli, di conoscerlo e di amarlo ben più di quanto sarebbero capaci da se stessi.

 

53       Il disegno divino della Rivelazione si realizza ad un tempo «con eventi e parole» che sono «intimamente connessi tra loro»4 e si chiariscono a vicenda. Esso comporta una «pedagogia divina» particolare: Dio si comunica gradualmente all'uomo, lo prepara per tappe a ricevere la Rivelazione soprannaturale che egli fa di se stesso e che culmina nella persona e nella missione del Verbo incarnato, Gesù Cristo.

Sant'Ireneo di Lione parla a più riprese di questa pedagogia divina sotto l'immagine della reciproca familiarità tra Dio e l'uomo: «Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini e si è fatto Figlio dell'uomo, per abituare l'uomo a comprendere Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell'uomo secondo la volontà del Padre»5.

 

II.    Le tappe della Rivelazione

Fin dal principio, Dio si fa conoscere

 

54       «Dio, il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo, offre agli uomini nelle cose create una perenne testimonianza di sé. Inoltre, volendo aprire la via della salvezza celeste, fin dal principio manifestò se stesso ai progenitori»6. Li ha invitati ad una intima comunione con sé rivestendoli di uno splendore di grazia e di giustizia.

 

55       Questa Rivelazione non è stata interrotta dal peccato dei nostri progenitori. Dio, in realtà, «dopo la loro caduta, con la promessa della Redenzione, li risollevò nella speranza della salvezza ed ebbe costante cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i quali cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene»7.

«Quando, per la sua disobbedienza, l'uomo perse la tua amicizia, tu non l'hai abbandonato in potere della morte... Molte volte hai offerto agli uomini la tua alleanza» 8.

 

L'Alleanza con Noè«

56       Dopo che l'unità del genere umano è stata spezzata dal peccato, Dio cerca prima di tutto di salvare l'umanità passando attraverso ciascuna delle sue parti. L'Alleanza con Noè dopo il diluvio9 esprime il principio dell'Economia divina verso le «nazioni», ossia gli uomini riuniti in gruppi, «ciascuno secondo la propria lingua e secondo le loro famiglie, nelle loro nazioni»

 

57       Quest'ordine, ad un tempo cosmico, sociale e religioso della pluralità delle nazioni11, affidato dalla Provvidenza divina alla custodia degli angeli12 ha lo scopo di limitare l'orgoglio di una umanità decaduta, la quale, concorde nella malvagità13, vorrebbe fare da se stessa la propria unità alla maniera di Babele14. Ma, a causa del peccato15, sia il politeismo sia l'idolatria della nazione e del suo capo, costituiscono una continua minaccia di perversione pagana per questa Economia provvisoria.

 

58       L'Alleanza con Noè resta in vigore per tutto il tempo delle nazioni16, fino alla proclamazione universale del Vangelo. La Bibbia venera alcune grandi figure delle «nazioni», come «Abele il giusto», il re-sacerdote Melchisedech17, figura di Cristo18, i giusti «Noè, Daniele e Giobbe» (Ez 14, 14). La Scrittura mostra così a quale altezza di santità possano giungere coloro che vivono secondo l'Alleanza di Noè nell'attesa che Cristo riunisca «insieme tutti i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 52).

 

Dio elegge Abramo

59       Per riunire tutta l'umanità dispersa, Dio sceglie Abram chiamandolo fuori dal suo paese, dalla sua parentela, dalla casa di suo padre19, per fare di lui Abraham, vale a dire «il padre di una moltitudine di popoli» (Gn 17,5): «In te saranno benedette tutte le nazioni della terra»(Gn l2,3 LXX)20.

 

60       II popolo discendente da Abramo sarà il depositario della promessa fatta ai patriarchi, il popolo della elezione21, chiamato a preparare la ricomposizione, un giorno, nell'unità della Chiesa, di tutti i figli di Dio22; questo popolo sarà la radice su cui verranno innestati i pagani diventati credenti23.

 

61       I patriarchi e i profeti ed altre figure dell'Antico Testamento sono stati e saranno sempre venerati come santi in tutte le tradizioni liturgiche della Chiesa.

 

Dio forma Israele come suo popolo

62       Dopo i patriarchi, Dio forma Israele quale suo popolo salvandolo dalla schiavitù dell'Egitto. Conclude con lui l'Alleanza del Sinai e gli da, per mezzo di Mosè, la sua legge, perché lo riconosca e lo serva come l'unico Dio vivo e vero, Padre provvido e giusto giudice, e stia in attesa del Salvatore promesso24.

 

63       Israele è il Popolo sacerdotale di Dio25, colui che «porta il Nome del Signore» (Dt 28,10). È il Popolo di coloro «a cui Dio ha parlato quale primogenito»26,  il Popolo dei «fratelli maggiori» nella fede di Abramo.

 

64       Attraverso i profeti, Dio forma il suo Popolo nella speranza della salvezza, nell'attesa di una Alleanza nuova ed eterna destinata a tutti gli uomini27 e che sarà inscritta nei cuori28. I profeti annunziano una radicale redenzione del Popolo di Dio, la purificazione da tutte le sue infedeltà29 una salvezza che includerà tutte le nazioni30. Saranno soprattutto i poveri e gli umili del Signore31 che porteranno questa speranza. Le donne sante come Sara, Rebecca, Rachele, Miryam, Debora, Anna, Giuditta ed Ester hanno conservato viva la speranza della salvezza d'Israele. La figura più luminosa in questo è Maria32.

 

III.  Cristo Gesù - «Mediatore e pienezza di tutta la Rivelazione»33

Dio ha detto tutto nel suo Verbo

65       «Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella. San Giovanni della Croce, sulle orme di tanti altri, esprime ciò in maniera luminosa, commentando Eb 1, 1-2:

Dal momento in cui ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola ... Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l'ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità34.

 

Non ci sarà altra Rivelazione

66       «L'Economia cristiana, in quanto è Alleanza Nuova e definitiva, non passerà mai e non è da aspettarsi alcuna nuova Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo»35. Tuttavia, anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli.

 

67       Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate «private», alcune delle quali sono state riconosciute dall'autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di «migliorare» o di «completare» la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa.

La fede cristiana non può accettare «rivelazioni» che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento. È il caso di alcune Religioni non cristiane ed anche di alcune recenti sette che si fondano su tali «rivelazioni».

 

In sintesi

68       Per amore, Dio si è rivelato e si è donato all'uomo. Egli offre così una risposta definitiva e sovrabbondante agli interrogativi che l'uomo si pone sul senso e sul fine della propria vita.

 

69       Dio si è rivelato all'uomo comunicandogli gradualmente il suo Mistero attraverso eventi e parole.

 

70       Al di là della testimonianza che da di se stesso nelle cose create, Dio si è manifestato ai nostri progenitori. Ha loro parlato e, dopo la caduta, ha loro promesso la salvezza36 ed offerto la sua Alleanza.

 

71       Dio ha concluso con Noè una Alleanza eterna tra lui e tutti gli esseri viventi31. Essa durerà tanto quanto durerà il mondo.

 

72       Dio ha eletto Abramo ed ha concluso una Alleanza con lui e la sua discendenza. Ne ha fatto il suo popolo al quale ha rivelato la sua Legge per mezzo di Mosè. Lo ha preparato, per mezzo dei profeti, ad accogliere la salvezza destinata a tutta l'umanità.

 

73       Dio si è rivelato pienamente mandando il suo proprio Figlio, nel quale ha stabilito la sua Alleanza per sempre. Egli è la Parola definitiva del Padre, così che, dopo di lui, non vi sarà più un'altra Rivelazione.

 

 

 

____________________

1                 Cf Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM., 3015.

2                 CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 2.

3                 Cf E/1, 4-5.

4                 conc. ecum. vat. II, Dei Verbum, 2.

5                 SANT'lRENEO DI LlONE, Abversus haereses, 3, 20, 2; cf per esempio 3, 17, 1; 4, 12, 4; 4, 21, 3.

6                 CONC: ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 3.

7                 Ibid.

8           Messale Romano, Preghiera eucaristica IV.

9                 Cf Gn 9, 9.

10               Cf Gn 10, 20-31.

11          Cf At 17, 26-27.

12               Cf DM, 19; Dt (LXX) 32, 8.

13               Ct Sap 10, 5.

14               Cf Gn 11, 4-6.

15               Ct Rm 1, 18-25.

16               Cf Lc 21, 24.

17               Cf Gn 14, 18.

18               Cf Eb 7,3.

19               Cf Gn 12, 1.

20               Cf Gal 3, 8.

21               Cf Rm 11, 28.

22               Cf Gv 11, 52; 10, 16.

23               Cf Rm 11, 17-18.24.

24               Cf CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 3.

25               Cf Es 19, 6.

26               Messale Romano, Venerdì Santo: Preghiera universale VI.

27               Cf Is 2, 2-4.

28               Cf Ger 31, 31-34; Eb 10, 16.

29               Cf Ez 36.

30               Cf Is 49, 5-6; 53, 11.

31               Cf Sof 2, 3.

33               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 2.

32               Cf Lc 1, 38.

34               san GIOVANNI DELLA CROCE, Salita al monte Carmelo, 2, 22, cf Liturgia delle Ore, I, Ufficio delle letture del lunedì della seconda settimana di Avvento.

35               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 4.

36               Cf Gn, 3, 15.

37               Cf Gn 9, 16.

 

 


Articolo 2

LA TRASMISSIONE DELLA RIVELAZIONE DIVINA

 

74       Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati ed arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4), cioè di Gesù Cristo38. È necessario perciò che il Cristo sia annunciato a tutti i popoli e a tutti gli uomini e che in tal modo la Rivelazione arrivi fino ai confini del mondo:

Dio, con la stessa somma benignità, dispose che quanto Egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni39.

 

I.     La Tradizione apostolica

75       «Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta la Rivelazione del sommo Dio, ordinò agli Apostoli di predicare a tutti, comunicando loro i doni divini, come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, il Vangelo che, prima promesso per mezzo dei profeti, Egli ha adempiuto e promulgato di sua bocca»40.

 

La predicazione apostolica...

76       La trasmissione del Vangelo, secondo il comando del Signore, è stata fatta in due modi:

-  oralmente, «dagli Apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca, dal vivere insieme e dalle opere di Cristo, sia ciò che avevano imparato per suggerimento dello Spirito Santo»;

-  per iscritto, «da quegli Apostoli e uomini della loro cerchia, i quali, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, misero in iscritto l'annunzio della salvezza»41.

 

...continuata attraverso la successione apostolica

77       «Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa gli Apostoli lasciarono come successori i vescovi, ad essi affidando il loro proprio compito di magistero»42. Infatti, «la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi43»

 

78       Questa trasmissione viva, compiuta nello Spirito Santo, è chiamata Tradizione, in quanto è distinta dalla Sacra Scrittura, sebbene ad essa strettamente legata. Per suo tramite «la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni, tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede»44. «Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega»45.

 

79       In tal modo la comunicazione, che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente e operante nella Chiesa: «Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la Parola di Cristo»46.

 

II.    Il rapporto tra la Tradizione e la Sacra Scrittura

Una sorgente comune...

 

80       «La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine»47.

L'una e l'altra rendono presente e fecondo nella Chiesa il Mistero di Cristo, il quale ha promesso di rimanere con i suoi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

 

...Due modi differenti di trasmissione

81       «La Sacra Scrittura è la Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l'ispirazione dello Spirito divino». Quanto alla Sacra Tradizione, essa conserva «la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli», e la trasmette «integralmente ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano».

 

82       Accade così che la Chiesa, alla quale è affidata la trasmissione e l'interpretazione della Rivelazione, «attinga la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di rispetto48».

 

Tradizione apostolica e tradizioni ecclesiali

83       La Tradizione di cui qui parliamo è quella che viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall'insegnamento e dall'esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. In realtà, la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.

Vanno distinte da questa le «tradizioni» teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali.

Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in forme adatte ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste «tradizioni» possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero della Chiesa.

 

III.  L'interpretazione del deposito della fede

II deposito della fede affidato alla totalità della Chiesa

84       II «deposito» (1Tm 6,20)49 della fede («depositum fidei»), contenuto nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, è stato affidato dagli Apostoli alla totalità del la Chiesa. «Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell'insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni, in modo che, nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si crei una singolare unità di spirito tra vescovi e fedeli»50.

 

Il Magistero della Chiesa

85       «L'ufficio di interpretare autenticamente la Parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato al solo Magistero vivente della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo»51, cioè ai véscovi in comunione con il successore di Pietro, il vescovo di Roma.

 

86       Questo «Magistero però non è al di sopra della Parola di Dio, ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo, piamente la ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone da credere come rivelato da Dio»52.

 

87       I fedeli, memori della Parola di Cristo ai suoi Apostoli: «Chi ascolta voi, ascoltarne» (Lc 10,16)53, accolgono con docilità gli insegnamenti e le direttive che vengono loro dati, sotto varie forme, dai Pastori.

 

I dogmi della fede

88       II Magistero della Chiesa si avvale in pienezza dell'autorità che gli viene da Cristo quando definisce qualche dogma, cioè quando, in una forma che obbliga il popolo cristiano ad un'irrevocabile adesione di fede, propone verità contenute nella Rivelazione divina, oppure verità che a quelle sono necessariamente collegate.

 

89       Tra i dogmi e la nostra vita spirituale c'è un legame organico. I dogmi sono luci sul cammino della nostra fede, lo rischiarano e lo rendono sicuro. Inversamente, se la nostra vita è retta, la nostra intelligenza e il nostro cuore saranno aperti ad accogliere la luce dei dogmi della fede54.

 

90       I mutui legami e la coerenza dei dogmi si possono trovare nel complesso della Rivelazione del Mistero di Cristo55. «Esiste un ordine o "gerarchia" nelle verità della dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana»56.

 

Il senso soprannaturale della fede

91       Tutti i fedeli sono partecipi della comprensione e della trasmissione della verità rivelata. Hanno ricevuto l'unzione dello Spirito Santo che insegna loro ogni cosa57 e li guida «alla verità tutta intera» (Gv 16,13).

 

92       «La totalità dei fedeli... non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo quando "dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici" esprime l'universale suo consenso in materia di fede e di costumi»58.

 

93       «Infatti, per quel senso della fede, che è suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro Magistero, ... aderisce indefettibilmente "alla fede una volta per tutte trasmessa ai santi", con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l'applica nella vita»59.

 

La crescita nell'intelligenza della fede

94       Grazie all'assistenza dello Spirito Santo, l'intelligenza tanto delle realtà quanto delle parole del deposito della fede può progredire nella vita della Chiesa:

-  «Con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro»60; in particolare «la ricerca teologica... prosegue nella conoscenza profonda della verità rivelata»61.

-  «Con la profonda intelligenza che» i credenti «provano delle cose spirituali»62; «Divina eloquia cum legente crescunt - le parole divine crescono insieme con chi le legge»63.

-  «Con la predicazione di coloro i quali, con la successione episcopale, hanno ricevuto un carisma certo di verità»64.

 

95       «E chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che non possono indipendentemente sussistere e che tutti insieme, ciascuno secondo il proprio modo, sotto l'azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime»65.

 

In sintesi

96       Ciò che Cristo ha affidato agli Apostoli, costoro l'hanno trasmesso con la predicazione o per iscritto, sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, a tutte le generazioni, fino al ritorno glorioso di Cristo.

 

97       «La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio»66 nel quale, come in uno specchio, la Chiesa pellegrina contempla Dio, fonte di tutte le sue ricchezze.

 

98       «La Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita, nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa stessa è, tutto ciò che essa crede67»

 

99       Tutto il popolo di Dio, in virtù del suo senso soprannaturale della fede, non cessa di accogliere il dono della Rivelazione divina, di penetrarlo sempre più profondamente e di viverlo più pienamente.

 

100     L'ufficio di interpretare autenticamente la Parala di Dio è stato affidato al solo Magistero della Chiesa, al Papa e ai vescovi in comunione con lui.

 

 

__________________________

38               Cf Gv 14, 6.

39               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 1.

40               Ibid.

41               Ibid.

42               Ibid.

43               Ibid., 8.

44               Ibid.

45               Ibid.

46               CONC. RCUM. VAT. II, Dei Verbum, 8.

47               Ibid., 9.

48               Ibid.

49               Cf 2Tm 1, 12-14.

50               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 10.

51               Ibid.

52               Ibid.

53               ID, Lumen gentium, 20.

54               Cf Gv 8, 31-32.

55               Cf Concilio Vaticano I: DENZ-SCHÖNM, 3016: «nexus mysteriorum»; CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 25.

56               ID., Unitatis redintegratio, 11.

57               Cf 1Gv 2, 20.27.

58               CONC.ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 12.

59               CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 12.

60               ID., Dei Verbum, 8.

61               ID., Gaudium et spes, 62, 7; cf 44, 2; id., Dei Verbum, 23; 24; id., Unitatis redintegratio, 4.

62               ID., Dei Verbum, 8.

63               SAN GREGORIO MAGNO, Homilia in Ezechielem, 1,7,8: PL 76,843D.

64               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 8.

65               Ibid.

66               Ibid., 10, 1.

67               Ibid., 8.


Articolo 3

LA SACRA SCRITTURA

 

I.         Il Cristo - Parola unica della Sacra Scrittura

101     Nella condiscendenza della sua bontà, Dio, per rivelarsi agli uomini, parla loro in parole umane: «Le parole di Dio, infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al linguaggio degli uomini, come già il Verbo dell'eterno Padre, avendo assunto le debolezze dell'umana natura, si fece simile agli uomini»68

 

102     Dio, attraverso tutte le parole  della Sacra Scrittura, non dice che una sola Parola, il suo unico Verbo, nel quale dice se stesso intyeramente69.

Ricordatevi che uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Sacra Scrittura ed uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tutti gli scrittori santi, il quale essendo in principio Dio presso Dio, non conosce sillabazione perché è fuori del tempo70.

 

l03      Per questo motivo, la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture, come venera il Corpo stesso del Signore. Essa non cessa di porgere ai fedeli il Pane di vita preso dalla mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo71.

 

104     Nella Sacra Scrittura, la Chiesa trova incessantemente il suo nutrimento e il suo vigore72; infatti attraverso la divina Scrittura essa non accoglie soltanto una parola umana, ma quello che è realmente: la Parola di Dio73. «Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cicli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro»74.

 

II.    Ispirazione e verità della Sacra Scrittura

105     Dio è l’Autore della Sacra Scrittura. «Le cose divinamente rivelate, che nei libri della Sacra Scrittura sono contenute e presentate, furono consegnate sotto l'ispirazione dello Spirito Santo.

La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa»75.

 

106     Dio ha ispirato gli autori umani dei libri.  «Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse degli uomini, di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo Egli stesso in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva» 76.

 

107     I libri ispirati insegnano la verità. «Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono, è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, si deve dichiarare, per conseguenza, che i libri della Scrittura  insegnano  fermamente, fedelmente e senza errore la verità che Dio per la nostra salvezza volle fosse consegnata nelle sacre Lettere»77.

 

108     La fede cristiana tuttavia non è una «religione del Libro». Il cristianesimo è la religione della «Parola» di Dio, «non di una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente»78. Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ci «apra la mente all'intelligenza delle Scritture» (Lc 24,45).

 

III.  Lo Spirito Santo, interprete della Scrittura

109     Nella Sacra Scrittura, Dio parla all'uomo alla maniera umana. Per una retta interpretazione della Scrittura, bisogna dunque ricercare con attenzione che cosa gli agiografi hanno veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare con le loro parole79.

 

110     Per comprendere l’intenzione degli autori sacri, si deve tener conto delle condizioni del loro tempo e della loro cultura, dei «generi letterari» allora in uso, dei modi di intendere, di esprimersi, di raccontare, consueti nella loro epoca. «La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione»80.

 

111     Però, essendo la Sacra Scrittura ispirata, c'è un altro principio di rètta interpretazione, non meno importante del precedente, senza il quale la Scrittura resterebbe lettera morta: la Sacra Scrittura deve «essere letta e interpretata con l'aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta»81. Il Concilio Vaticano II indica tre criteri per una interpretazione della Scrittura conforme allo Spirito che l’ha ispirata82.

 

112    1.  Prestare grande attenzione «al contenuto e all'unita di tutta la Scrittura». Infatti, per quanto siano differenti i libri che la compongono, la Scrittura è una in forza dell'unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il  cuore aperto dopo la sua Pasqua83.

Il cuore84 di Cristo designa la Sacra Scrittura che appunto rivela il cuore di Cristo. Questo cuore era chiuso prima della Passione, perché la Scrittura era oscura. Ma la Scrittura è stata aperta dopo la Passione, affinché coloro che ormai ne hanno l'intelligenza considerino e comprendano come le profezie debbano essere interpretate85.

 

113    2.  Leggere la Scrittura nella «Tradizione vivente di tutta la Chiesa». Secondo un detto dei Padri, «sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus ihstrumentis scripta - la. Sacra Scrittura è scritta nel cuore, della Chiesa prima che su strumenti materiali». Infatti, la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l'interpretazione di essa secondo il senso spirituale86.

 

114    3.  Essere attenti già  della fede»81. Per «analogia della fede» intendiamo la coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione.

 

I sensi della Scrittura

115     Secondo un'antica tradizione, si possono distinguere due sensi della Scrittura: il senso letterale e quello spirituale, suddiviso quest'ultimo in senso allegorico, morale e anagogico. La piena concordanza dei quattro sensi assicura alla lettura viva della Scrittura nella Chiesa tutta la sua ricchezza.

 

116     lì. senso letterale É quello significato dalle parole della Scrittura e trovato attraverso l'esegesi che segue le regole della retta interpretazione. «Omnes sensus (sc. Sacrae Scripturae) fundentur super litteralem - Tutti i sensi della Sacra Scrittura si basano su quello letterale88».

 

117     Il senso spirituale. Data l’unita del diségno di Dio, non soltanto il testo della Scrittura, ma anche le realtà e gli avvenimenti di cui parla possono essere dei segni.

1.   Il senso allegorico. Possiamo giungere ad una comprensione più profonda degli avvenimenti se riconosciamo il loro significato in Cristo; così, la traversata del Mar Rosso è un segno della vittoria di Cristo, e così del Battesimo 89.

2.   Il senso morale. Gli avvenimenti narrati nella Scrittura possono condurci ad agire rettamente. Sono stati scritti «per ammonimento nostro» (1Cor 10, 11)90.

3    Il senso anagogico. Possiamo vedere certe realtà e certi avvenimenti nel loro significato eterno, che ci conduce (in greco: «anagoge») verso la nostra Patria. Così la Chiesa sulla terra è segno della Gerusalemme celeste91.

 

118     Un distico medievale riassume bene il significato dei quattro sensi:

Littera gesta docet,

quid credas allegoria,

Moralis quid agas,

quo tendas anagogia.

 

La lettera insegna i fatti,

l’allegoria che cosa credere,

il senso morale che cosa fare,

e l’anagogia dove tendere.

 

119     «E compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, si maturi il giudizio della Chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare ed interpretare la Parola di Dio»92.

Ego vero Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas.

Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l'autorità della Chiesa cattolica93.

 

IV.   Il Canone delle Scritture

120     È stata la Tradizione apostolica a far discernere alla Chiesa quali scritti dovessero essere compresi nell'elenco dei Libri Sacri94. Questo elenco completo è chiamato «Canone» delle Scritture. Comprende per l'Antico Testamento 45 libri (45 se si considerano Geremia e le Lamentazioni come un unico testo) e 27 per il Nuovo Testamento95:

Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici, Rut, i due libri di Samuele, i due libri dei Re, i due libri delle Cronache, Esdra, e Neemia, Tobia. Giuditta, Ester, i due libri dei Maccabei, Giobbe, i Salmi, i Proverbi, il Qoèlet (Ecclesiaste), il Cantico dei Cantici, la Sapienza, il Siracide (Ecclesiastico), Isaia, Geremia, le Lamentazioni, Baruc, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia per l'Antico Testamento; i Vangeli di Matteo, di Marco, di Luca e di Giovanni, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di san Paolo ai Romani, la prima e la seconda ai Corinzi, ai Calati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, la prima e la seconda ai Tessaloni-cesi, la prima e la seconda a Timoteo, a Tito, a Filemone, la Lettera agli Ebrei, la Lettera di Giacomo, la prima e la seconda Lettera di Pietro, le tre Lettere di Giovanni, la Lettera di Giuda e l'Apocalisse per il Nuovo Testamento.

 

L'Antico Testamento

121     L'Antico Testamento è una parte ineliminabile della Sacra Scrittura. I suoi libri sono divinamente ispirati e conservano un valore perenne96 poiché l'Antica Alleanza non è mai stata revocata.

 

122     Infatti, «l'Economia dell'Antico Testamento era soprattutto ordinata a preparare. l'avvento di Cristo Salvatore dell'universo». I libri dell'Antico Testamento, «sebbene contengano anche cose imperfette e temporanee», rendono testimonianza di tutta la divina pedagogia dell'amore salvifico di Dio. Essi «esprimono un vivo senso di Dio, una sapienza salutare per la vita dell'uomo e mirabili tesori di preghiere»; in essi infine «è nascosto il mistero della nostra salvezza»97.

 

123     I cristiani venerano l'Antico Testamento come vera Parola di Dio. La Chiesa ha sempre energicamente respinto l'idea di rifiutare l'Antico Testamento con il pretesto che il Nuovo l'avrebbe reso sorpassato (Marcionismo).

 

Il Nuovo Testamento

124     «La Parola di Dio, che è potenza divina per la salvezza di chiunque crede, si presenta e manifesta la sua forza in modo eminente negli scritti del Nuovo Testamento»98. Questi scritti ci consegnano la verità definitiva della Rivelazione divina. Il loro oggetto centrale è Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, le sue opere, i suoi insegnamenti, la sua passione e la sua glorificazione, come pure gli inizi della sua Chiesa sotto l'azione dello Spirito Santo99.

 

125     I Vangeli sono il cuore di tutte le Scritture «in quanto sono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore100

 

126     Nella formazione dei Vangeli si possono distinguere tre tappe:

1.   La vita e l'insegnamento di Gesù. La Chiesa ritiene con fermezza che i quattro Vangeli, «di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro salvezza eterna, fino al giorno in cui ascese al ciclo».

2    La tradizione orale. «Gli Apostoli poi, dopo l'Ascensione del Signore, trasmisero ai loro ascoltatori ciò che Egli aveva detto e fatto, con quella più completa intelligenza di cui essi, ammaestrati dagli eventi gloriosi di Cristo e illuminati dalla luce dello Spirito di verità, godevano».

3.   I Vangeli scritti. «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte tramandate a voce o già per iscritto, redigendo una sintesi delle altre o spiegandole con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù cose vere e sincere»101.

 

127     II Vangelo quadriforme occupa nella Chiesa un posto unico; lo testimonia la venerazione di cui lo circonda la Liturgia e la singola-rissima attrattiva che in ogni tempo ha esercitato sui santi.

Non c'è dottrina che sia migliore, più preziosa e più splendida del testo del Vangelo. Considerate e custodite [nel cuore] quanto Cristo, nostro Signore e Maestro, ha insegnato con le sue parole e realizzato con le sue azioni1"2. Soprattutto sul Vangelo mi soffermo durante le mie preghiere: vi trovo quanto è necessario alla mia povera anima. Vi scopro sempre nuove  luci, sensi reconditi e misteriosi103.

 

L'unità dell'Antico e del Nuovo Testamento

128     La Chiesa, fin dai tempi apostolici104, e poi costantemente nella sua Tradizione, ha messo in luce l'unità del piano divino nei due Testamenti grazie alla tipologia. Questa nelle opere di Dio dell'Antico Testamento ravvisa delle prefigurazioni di ciò che Dio, nella pienezza dei tempi, ha compiuto nella Persona del suo Figlio incarnato.

 

129     I cristiani, quindi, leggono leggono l’Antico Testamento alla luce di Cristo morto e risorto. La lettura tipologica rivela l'inesauribile contenuto dell'Antico Testamento. Non deve indurre però a dimenticare che esso conserva il valore suo proprio di Rivelazione che lo stesso nostro Signore ha riaffermato105. Pertanto, anche il Nuovo Testamento esige d'essere letto alla luce dell'Antico. La primitiva catechesi cristiana vi farà costantemente ricorso106. Secondo un antico detto, il Nuovo Testamento è nascosto nell'Antico, mentre l'Antico è svelato nel Nuovo: «Novum in Vetere latet et in Novo Vetus patet»107.

 

130     La tipologia esprime il dinamismo verso il compimento del piano divino, quando «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15, 28). Anche la vocazione dei patriarchi e l'Esodo dal1 Egitto, per esempio, non perdono il valore che è loro proprio nel piano divino, per il fatto di esserne, al tempo stesso, tappe intermedie.

 

V.     La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa

131     «Nella Parola di Dio è insita tanta efficacia e potenza da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell'anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale»108. «È necessario che i fedeli abbiano largo accesso alla Sacra Scrittura»109.

 

132     «Lo studio della Sacra Scrittura sia dunque come l'anima della sacra teologia. Anche il ministero della Parola, cioè la predicazione pastorale, la catechesi e tutta l'istruzione cristiana, nella quale l'omelia liturgica deve avere un posto privilegiato, si nutre con profitto e santamente vigoreggia con la Parola della Scrittura»110.

 

133     La Chiesa «esorta con forza e insistenza tutti i fedeli... ad apprendere "la sublime scienza di Gesù Cristo" (Fil 3, 8) con la frequente lettura delle divine Scritture. "L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo" (San Girolamo)»111.

 

In sintesi

134     «Omnis Scriptura divina unus liber est, et ille unus liber Christus est, quia omnis Scriptura divina de Christo loquitur, et omnis Scriptura divina in Christo impletur - Tutta la divina Scrittura è un libro solo e quest'unico libro è Cristo; infatti tutta la divina Scrittura parla di Cristo e in Lui trova compimento»112.

 

135     «Le Sacre Scritture contengono la Parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente Parola di Dio l13»

 

136     Dio è l'Autore della Sacra Scrittura nel senso che ispira i suoi autori umani; Egli agisce in loro e mediante loro. Così ci da la certezza che i loro scritti insegnano senza errore la verità salvifica 114.

 

137     L’interpretazione delle Scritture ispirate dev'essere innanzitutto attenta a ciò che Dio, attraverso gli autori sacri, vuole rivelare per la nostra salvezza. «Ciò che è opera dello Spirito, non viene pienamente compreso se non sotto l'azione dello Spirito115.

 

138     La Chiesa riceve e venera come ispirati i 46 libri dell'Antico Testamento e i 27 libri del Nuovo Testamento.

 

139     I quattro Vangeli occupano un posto centrale, per la centralità che Cristo ha in essi.

 

140     Dall'unità del progetto di Dio e della sua Rivelazione deriva l'unità dei due Testamenti. l'Antico Testamento prepara il Nuovo, mentre il Nuovo compie l'Antico; i due si illuminano a vicenda, entrambi sono vera Parola di Dio.

 

141     «La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore»116; in ambedue le realtà tutta la vita cristiana trova il proprio nutrimento e la propria regola. «Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino»((Sal 119, 105)117.

 

 

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68               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 13.

69               Cf. Eb 1, 1 -3.

70               SANT’AGOSTINO, Enarratio in Psalmos, 103, 4, l.

71               Cf. CONC. ECUM. VAT. II, DEI Verbum, 21.

72               Cf. ibid., 24.

73               Cf. 1Ts 2,13.

74               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 21.

75               Ibid.,11.

761             Ibid.

71               IIbid.

78               SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE, Uomilia super missus est, 4,11: PL 183, 86B.

79               Cf. CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 12,1.

80               Ibid., 12,2.

81               Ibid., 12, 3.

82               Ibid.

83               Cf Lc 24, 25-27.44.47.

84               Cf Sal 22, 15.

85               SAN TOMMASO D’ACQUINI, Exspositio in Psalmos, 21, 11.

86               «... secundum spiritualem sensum quem Spiritus donat Ecclesiae»: ORICENE, Homiliae in Leviticum, 5, 5.

87               Cf Rm 12, 6.

88               SANTOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, 1,1, 10, ad 1.

89               Cf 1Cor 10, 2.

90               Cf Eb 3-4,11.

91          Cf. Ap. 21,1-22,5.

92               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 12,3.

93               SANT'AGOSTINO, Cantra epistulam Manichaei quam vocant fundamenti, 5, 6; PL 42, 176.

94               Cf. CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 8, 3.

95               Cf Decretum Damasi: DENZ-SCHÖNM, 179; Concilio di Firenze (1442): ibid., 1334-1336; Concilio di Trento: ibid., 1501-1504.

96               Cf CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 14.

97               Ibid., 15.

98               Ibid., 17.

99          Cf. ibid,.20.

100         Ibid,. 18.

101             CONC: ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 19.

102             SANTA CESARIA LA GIOVANE, A sainteRichilde et sainte Radegonde: Sources chrétiennes, 345, 480.

103             SANTA TERESA DI GESUÙ BAMBINO, Manoscritti autobiografici, A. 83v.

104             Cf. 1Cor 10, 6.11; Eb 10, 1; 1 Pt 3, 21.

105             Cf. Mc 12, 29-31.

106             Cf. 1Cor 5, 6-8; 10, 1-11.

107             SANT'AGOSTINO, Quaestiones in Heptateucum, 2, 73: PL 34, 623; cf CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 16.

108             Ibid., 21.

109             Ibid., 22.

110             Ibid., 24.

111             CONC. ECUM. VAT.II, Dei Verbum, 25.

112             UGO DI SAN VITTORE, De arca Noe, 2, 8: PL 176,642C.

113             CONC. ECUM. VAT: II, Dei Verbum, 24.

114             Cf. ibid., 11.

115             ORIGENE, Homiliae in Exodum, 4, 5.

116             CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 21.

117             Cf. Is 50, 4.


Capitolo Terzo

LA RISPOSTA DELL'UOMO A DIO

 

142     Con la sua Rivelazione «Dio invisibile nel suo immenso amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli ed ammetterli alla comunione con sé»1.

La risposta adeguata a questo invito è la fede.

 

143     Con la fede l'uomo sottomette pienamente a Dio la propria intelligenza e la propria volontà. Con tutto il suo essere l'uomo da il proprio assenso a Dio rivelatore2. La Sacra Scrittura chiama «obbedienza della fede» questa risposta dell'uomo a Dio che rivela3.

 

Articolo 1

IO CREDO

 

I.     L’obbedienza della fede

144     Obbedire («ob-audire») nella fede è sottomettersi liberamente alla Parola ascoltata, perché la sua verità è garantita da Dio, il quale è la Verità stessa. Il modello di questa obbedienza propostoci dalla Sacra Scrittura è Abramo. La Vergine Maria ne è la realizzazione più perfetta.

 

Abramo «il padre di tutti i credenti»

145     La Lettera agli Ebrei, nel solenne elogio della fede degli antenati, insiste particolarmente sulla fede di Abramo: «Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8)4. Per fede soggiornò come straniero e pellegrino nella Terra promessa5. Per fede Sara ricevette la possibilità di concepire il figlio della promessa. Per fede, infine, Abramo offrì in sacrificio il suo unico figlio6.

 

146     Abramo realizza così la definizione della fede data dalla Lettera agli Ebrei: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). «Abramo ebbe fede in Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rm 4y 3 )7. Grazie a questa forte fede8, Abramo è diventato «padre» di tutti coloro che credono (Rm 4,11.18)9.

 

147     Di questa fede, l'Antico Testamento è ricco di testimonianze. La Lettera agli Ebrei fa l'elogio della fede esemplare degli antichi che «ricevettero» per essa «una buona testimonianza» (Eb 11,2.39). Tuttavia «Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi»: la grazia di credere nel suo Figlio Gesù, «autore e perfezionatore della fede» (Eb 11,40; 12,2).

 

Maria «Beata colei che ha creduto»

148     La Vergine Maria realizza nel modo più perfetto l'obbedienza della fede. Nella fede, Maria accolse l'annunzio e la promessa a Lei portati dall'angelo Gabriele, crédendo che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37)10, e dando il proprio consenso: «Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Elisabetta la salutò così: «Beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). Per questa fede tutte le generazioni la chiameranno beata11.

 

149     Durante tutta la sua vita, e fino all'ultima prova12, quando Gesù, suo Figlio, morì sulla croce, la sua fede non ha mai vacillato. Maria non ha cessato di credere «nell'adempimento» della Parola di Dio. Ecco perché la Chiesa venera in Maria la più pura realizzazione della fede.

 

II.    «So a chi ho creduto» (2Tm 1,12)

Credere in un solo Dio

150     La fede è innanzi tutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l'assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato. In quanto adesione personale a Dio e assenso alla verità da Lui rivelata, la fede cristiana differisce dalla fede in una persona umana. È bene e giusto affidarsi completamente a Dio e credere assolutamente a ciò che Egli dice. Sarebbe vano e fallace riporre una simile fede in una creatura13.

 

Credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio

151     Per il cristiano, credere in Dio è inseparabilmente credere in Colui che Egli ha mandato, «il suo Figlio prediletto» nel quale si è compiaciuto (Mc 1,11); Dio ci ha detto di ascoltarlo14. Il Signore stesso dice ai suoi discepoli: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Possiamo credere in Gesù Cristo perché Egli stesso è Dio, il Verbo fatto carne: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre,  Lui lo ha rivelato»(Gv 1,18). Poiché Egli «ha visto il Padre» (Gv 6,46), è il solo a conoscerlo e a poterlo rivelare15.

 

Credere nello Spirito Santo

152     Non si può credere in Gesù Cristo se non si ha parte al suo Spirito. È lo Spirito Santo che rivela agli uomini chi è Gesù. Infatti «nessuno può dire: "Gesù è Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). «Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio... Nessuno ha mai potuto conoscere i segreti di Dio se non lo Spirito di Dio» (1Cor 2,10-11). Dio solo conosce pienamente Dio. Noi crediamo nello Spirito Santo perché è Dio.

La Chiesa non cessa di confessare la sua fede in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

III.  Le caratteristiche della fede

La fede è una grazia La fede è una grazia

153     Quando san Pietro confessa che Gesù è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» , Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17)16. La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da Lui infusa. «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia "a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità"»17.

 

La fede è un atto umano

154     E impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all'intelligenza dell'uomo far credito a Dio e aderire alle verità da Lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità «prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela»18 ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.

 

155     Nella fede, l'intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: «Credere est actus intellectus assentientis ventati divinae ex imperio voluntatis a Deo motae per gratiam - Credere è un atto dell'intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, da il proprio consenso alla verità divina»19.

 

La fede e l'intelligenza

156     II motivo di credere non consiste nel fatto che le verità rivelate appaiano come vere e intelligibili alla luce della nostra ragione naturale. Noi crediamo «per l'autorità di Dio stesso che le rivela, il quale non può né ingannarsi né ingannare». «Nondimeno, perché l'ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua Rivelazione»20. Così i miracoli di Cristo e dei santi21, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità «sono segni certissimi della divina Rivelazione, adatti  ad ogni intelligenza», sono «motivi di credibilità» i quali mostrano che l'assenso della fede non è «affatto un cieco moto dello spirito»22.

 

157     La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all'esperienza umana, ma «la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale»23. «Diecimila difficoltà non fanno un solo dubbio»24.

 

158     «La fede cerca di comprendere»25: è caratteristico della fede che il credente desideri conoscere meglio colui nel quale ha posto la sua fede, e comprendere meglio ciò che Egli ha rivelato; una conoscenza più penetrante richiederà a sua volta una fede più grande, sempre più ardente d'amore. La grazia della fede apre «gli occhi della mente» (Ef 1,18) per una intelligenza viva dei contenuti della Rivelazione, cioè dell'insieme del disegno di Dio e dei misteri della fede, dell'intima connessione che li lega tra loro e con Cristo, centro del Mistero rivelato. Ora, «affinché l'intelligenza della Rivelazione diventi sempre più profonda, lo stesso Spirito Santo perfeziona continuamente la fede per mezzo dei suoi doni»26. Così, secondo il detto di sant'Agostino, «credo per comprendere e comprendo per meglio credere»27.

 

159     Fede e scienza. «Anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero»28. «Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono»29.

 

La libertà della fede

160     Per essere umana, la risposta della fede data dall'uomo a Dio deve essere volontaria; «nessuno quindi può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l'atto di fede è volontario per sua stessa natura»30. «Dio chiama certo gli uomini a servire Lui in spirito e verità, per cui essi sono vincolati in coscienza ma non coartati... Ciò è apparso in sommo grado in Cristo Gesù»31. Infatti, Cristo ha invitato alla fede e alla conversione, ma a ciò non ha affatto costretto. Ha reso testimonianza alla verità», ma non ha voluto «imperla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno... cresce in virtù dell'amore, con il quale Cristo, esaltato in croce, trae a sé gli uomini»32.

 

La necessità della fede

l6l       Credere in Gesù Cristo e in colui che l'ha mandato per la nostra salvezza, è necessario per essere salvati33. «Poiché» senza la fede è impossibile essere graditi a Dio» (Eb 11,6) e condividere le condizioni di suoi figli, nessuno può essere mai giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna se non "persevererà in essa sino alla fine" (Mt 10,22; 24,13)»34.

 

La perseveranza nella fede

162     La fede è un dono che Dio fa all’uomo gratuitamente. Noi possiamo perdere questo dono inestimabile. San Paolo, a questo proposito, mette in guardia Timoteo: Combatti «la buona battaglia con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l'hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede» (Tm 1,18-19). Per vivere, crescere e perseverare nella fede sino alla fine, dobbiamo nutrirla con la Parola di Dio; dobbiamo chiedere al Signore di accrescerla35; essa deve operare «per mezzo della carità» (Gal/5,6)36, essere sostenuta dalla speranza37 ed essere radicata nella fede della Chiesa.

 

La fede inizio della vita eterna

163     La fede ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare quaggiù. Allora vedremo Dio «a faccia a faccia» (1Cor 13,12), «così come egli è» (1Gv 3, 2). La fede, quindi, è già l'inizio della vita eterna:

Fin d'ora contempliamo come in uno specchio, quasi fossero già presenti, le realtà meravigliose che ci riservano le promesse e che, per la fede, attendiamo di godere38.

 

164     Ora, però, «camminiamo nella fede e non ancora in visione» (2Cor 5,7), e conosciamo Dio «come in uno specchio, in maniera confusa..., in modo imperfetto» (1Cor 13,12). La fede, luminosa a motivo di Colui nel quale crede, sovente è vissuta nell'oscurità. La fede può essere messa alla prova. Il mondo nel quale viviamo pare spesso molto lontano da ciò di cui la fede ci da la certezza, le esperienze del  male e della sofferenza, delle ingiustizie e della morte sembrano contraddire la Buona Novella, possono far vacillare la fede e diventare per essa una tentazione.

 

165     Allora dobbiamo volgerci verso i testimoni della fede-. Abramo, che credette, «sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18), la Vergine Maria che, nel «cammino della fede»39, è giunta fino alla «notte della fede»40 partecipando alla sofferenza del suo Figlio e alla notte della sua tomba; e molti altri testimoni della fede. «Circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,1-2).

 

Articolo 2

NOI CREDIAMO

 

166     La fede è un atto personale: è la libera risposta dell'uomo all'iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l'esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri.

 

167     «Io credo»41: è la fede della Chiesa professata personalmente da ogni credente, soprattutto al momento del Battesimo. «Noi crediamo»42 è la fede della Chiesa confessata dai vescovi riuniti in Concilio, o, più generalmente, dall'assemblea liturgica dei credenti. «Io credo»: è anche la Chiesa, nostra Madre, che risponde a Dio con la sua fede e che ci insegna a dire: «Io credo», «Noi crediamo».

 

I.     «Guarda, Signore, alla fede della tua Chiesa»

168     E innanzi tutto la Chiesa che crede, e che così regge, nutre e sostiene la mia fede. E innanzi tutto la Chiesa che, ovunque, confessa il Signore43, e con essa e in essa, anche noi siamo trascinati e condotti a confessare: «Io credo», «Noi crediamo». Dalla Chiesa riceviamo la fede e la vita nuova in Cristo mediante il Battesimo. Nel «Rituale Romano» il ministro del Battesimo domanda al catecumeno: «Che cosa chiedi alla Chiesa di Dio?». E la risposta è: «La fede». «Che cosa ti dona la fede?». «La vita eterna».

 

169     La salvezza viene solo da Dio; ma, poiché riceviamo la vita della fede attraverso la Chiesa, questa è nostra Madre: «Noi crediamo la Chiesa come Madre della nostra nuova nascita, e non nella Chiesa come se essa fosse l'autrice della nostra salvezza»44. Essendo nostra Madre, la Chiesa è anche l'educatrice della nostra fede.

 

II.    Il linguaggio della fede

170     Noi non crediamo in alcune formule, ma nelle realtà che esse esprimono e che la fede ci permette di «toccare». «L'atto (di fede) del credente non si ferma all'enunciato, ma raggiunge la realtà (enunciata)»45. Tuttavia, queste realtà noi le accostiamo con l'aiuto delle formulazioni della fede. Esse ci permettono di esprimere e di trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, di assimilarla e di viverne sempre più intensamente.

 

171     La Chiesa, che è «colonna e sostegno della verità» (1Tm 3, 15), conserva fedelmente «la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte» (Gd 3). E la Chiesa che custodisce la memoria delle Parole di Cristo e trasmette di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli. Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e con ciò stesso a comprendere e a comunicare, la Chiesa, nostra Madre, ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell'intelligenza e nella vita della fede.

 

III.  Una sola fede

172     Da secoli, attraverso molte lingue, culture, popoli e nazioni, la Chiesa non cessa di confessare la sua unica fede, ricevuta da un solo Signore, trasmessa mediante un solo Battesimo, radicata nella convinzione che tutti gli uomini non hanno che un solo Dio e Padre46. Sant'Ireneo di Lione testimone di questa fede, dichiara:

 

173     «In realtà, la Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede..., conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un'unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca»47.

 

174     «Infatti, se le lingue nel mondo sono varie, il contenuto della Tradizione è però unico e identico. E non hanno altra fede o altra Tradizione né le Chiese che sono in Germania, né quelle che sono in Spagna, né quelle che sono presso i Celti (in Gallia), né quelle dell'Oriente, dell'Egitto, della Libia, né quelle che sono al centro del mondo...»48. «Il messaggio della Chiesa è dunque veridico e solido, poiché essa addita a tutto il mondo una sola via di salvezza»49.

 

175     «Questa fede che abbiamo ricevuto dalla Chiesa, la conserviamo con cura, perché, sotto l'azione dello Spirito di Dio, essa, come un deposito di grande valore, chiuso in un vaso prezioso, continuamente ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene»50.

 

In sintesi

176     La fede è un'adesione personale di tutto l'uomo a Dio che si rivela. Comporta un'adesione dell'intelligenza e della volontà alla Rivelazione che Dio ha fatto di sé attraverso le sue opere e le sue parole.

 

177     «Credere» ha perciò un duplice riferimento: alla persona e alla verità; alla verità per la fiducia che si accorda alla persona che l'afferma.

 

178     Non dobbiamo credere in nessun altro se non in Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

 

179     La fede è un dono soprannaturale di Dio. Per credere, l'uomo ha bisogno degli aiuti inferiori dello Spirito Santo.

 

180     «Credere» è un atto umano, cosciente e libero, che ben s'accorda con la dignità della persona umana.

 

181     «Credere» è un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede. La Chiesa è la Madre di tutti i credenti. «Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre»51.

 

182     «Noi crediamo tutto ciò che è contenuto nella Parola di Dio, scritta o tramandata, e che la Chiesa propone a credere come divinamente rivelata»52.

 

183     La fede è necessaria alla salvezza. Il Signore stesso lo afferma: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16).

 

184     «La fede è una pregustazione della conoscenza che ci renderà beati nella vita futura»53.

 

 

_____________________________

1                 CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum 2

2                 Cf. ibid.,5

3                 Cf. Rm 1,,5;16,26.

4                 Cf. Gn 12, 1-4.

5                 Cf. Gn 23,4.

6                 Cf. Eb 11,,17.

7                 Cf. Gn 15,6.

8                 Cf. Rm 4,20.

9           Cf. Gn 15,5.

10               Cf. Gn18, 14.

11               Cf. Lc l,48.

12               Cf. Lc 2, 35.

13               Cf. Ger 17, 5-6 Sal 40, 5; 146, 3-4.

14          Cf. Mc 9,7.

15               Cf. Mt  11, 27.

16               Cf. Gal l, 15; Mt 11,25.

17               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 5.

18               Concilio Vaticano I, denz.-schÖnm., 3008.

19               SAN tommaso d’aquino, Summa theologiae, II-II, 2, 9; cf Concilio Vaticano I; DENZ.-SCHÖNM., 3010.

20               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM, 3009.

21               Cf. Mc 16, 20; Eb 2, 4.

22               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM, 2008-3010.

23               SAN tommaso D'Aquino Summa teologiae, II-II, 171,5, ad 3.

24               JOHN henry newMAN, Apologià prò vita sua.

25               SANT'ANSELMO D'aosta, Proslogion, proem.: PL 153, 225A.

26               CONC. ECUM. VAT. II, Dei Verbum, 5.

27               SANT'AGOSTINO, Sermones, 43, 7, 9: PL 38, 258.

28               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM., 3017.

29               CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 36, 2.

30               CONC. ECUM. VAT. II, Dignitatis humanae, 10; cf Codice di Diritto Canonico, 748, 2.

31               CONC. ECUM. VAT. II, Dignitatis humanae, 11.

32               Ibid.

33               Cf. Mc 16, 16; Gn 3, 36; 6, 40 e.a.

34               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM., 3012; cf Concilio di Trento: DENZ.-SCHÖNM., 1532.

35               Cf. Mc 9,24;Lc l7,5;22,32.

36               Cf. Gc 2, 14-26.

37               Cf. Rm 15, 13.

38               SANBASILIO DI CESAREA, Liberde Spiritu Sancto, 15, 36; PG 32, 132; cf SAN TOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, II, II, 4, 1.

39               CONC. ECUM. vat. II, Lumen gentium, 58.

40               GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. RedemptorisMater, 18.

41               Simbolo degli Apostoli.

42               Simbolo di Nicea-Costantinopoli, nell'originale greco.

43               «Te per orbem terrarum sancta confitetur Ecclesia - Te la santa Chiesa confessa su tutta la terra», cantiamo nel «Te Deum».

44               FAUSTO DI RlEZ, De Spiritu Sancto, 1,2: CSEL 21,104.

45               SAN TOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, II, II, 1,2, ad 2.

46               Cf. Ef 4, 4-6.

47               SANT'IRENEO DI LlONE, Adversus haereses, 1, 10, 1-2.

48               Ibid.

49               Ibid, 5, 20, I.

50               Ibid, 3, 24,1.

51               SAN CIPRIANO DI CARTAGINE, De catholicae unitiate Ecclesiae: PL 4, 503A.

52               PAOLO VI, Credo del popolo di Dio, 20.

53               SAN TOMMASO D'AQUINO, Compendium theologiae, 1,2.

 


Il Credo

 

Simbolo degli Apostoli

 

Io credo in Dio, Padre onnipotente,

 

Creatore del cielo e della terra.

 

 

E in Gesù Cristo, suo unico Figlio,

nostro Signore,

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il quale fu concepito di Spirito Santo,

nacque da Maria Vergine,

 

 

patì sotto Ponzio Filato,

 

fu crocifisso, morì e fu sepolto;

discese agli inferi;

il terzo giorno risuscitò da morte;

salì al cielo,

siede alla destra di Dio Padre

onnipotente:

 

di là verrà a giudicare i vivi e i morti.

 

 

Credo nello Spirito Santo,

 

 

 

 

 

 

la santa Chiesa cattolica,

la comunione dei santi,

 

 

la remissione dei peccati,

la risurrezione della carne,

la vita eterna.

 

 

Amen.

Credo di Nicea-Costantinopoli

 

Credo in un solo Dio, Padre onnipotente,

 

Creatore del cielo e della terra,

di tutte le cose visibili e invisibili.

 

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo,

Unigenito Figlio di Dio,

nato dal Padre prima di tutti i secoli:

Dio da Dio, Luce da Luce,

Dio vero da Dio vero,

generato, non creato,

della sostanza del Padre;

per mezzo di Lui tutte le cose

sono state create.

Per noi uomini

e per la nostra salvezza

discese dal cielo,

e per opera dello Spirito Santo

si è incarnato nel seno della Vergine

Maria

e si è fatto uomo.

Fu crocifisso per noi sotto Ponzio

Pilato,

morì e fu sepolto.

 

Il terzo giorno è risuscitato,

secondo le Scritture, è salito al cielo,

siede alla destra del Padre.

 

E di nuovo verrà, nella gloria

per giudicare i vivi e i morti,

e il suo regno non avrà fine.

 

Credo nello Spirito Santo,

che è Signore e da la vita,

e procede dal Padre e dal Figlio.

Con il Padre e il Figlio

è adorato e glorificato,

e ha parlato per mezzo dei profeti.

 

Credo la Chiesa,

una santa cattolica e apostolica.

 

Professo un solo Battesimo

per il perdono dei peccati.

Aspetto la risurrezione dei morti

e la vita del mondo che verrà.

 

 

Amen.

 

 


SEZIONE SECONDA

LA PROFESSIONE DELLA FEDE CRISTIANA

 

I SIMBOLI DELLA FEDE (dal 190 al 197)

185        Chi dice «Io credo», dice «Io aderisco a ciò che noi crediamo». La comunione nella fede richiede un linguaggio comune della fede, normativo per tutti e che unisca nella medesima confessione di fede.

 

186        Fin dalle origini, la Chiesa apostolica ha espresso e trasmesso la propria fede in formule brevi e normative per tutti1. Ma molto presto la Chiesa ha anche voluto riunire l'essenziale della sua fede in compendi organici e articolati, destinati in particolare ai candidati al Battesimo.

Il simbolo della fede non fu composto secondo opinioni umane, ma consiste nella raccolta dei punti salienti, scelti da tutta la Scrittura, così da dare una dottrina completa della fede. E come il seme della senape racchiude in un granellino molti rami, così questo compendio della fede racchiude tutta la conoscenza della vera pietà contenuta nell'Antico e nel Nuovo Testamento2.

 

187        Tali sintesi della fede vengono chiamate «professioni di fede», perché riassumono la fede professata dai cristiani. Vengono chiamate «Credo» a motivo di quella che normalmente ne è la prima parola: «Io credo». Sono anche dette «Simboli della fede».

 

188        La parola greca «symbolon» indicava la metà di un oggetto spezzato (per esempio un sigillo) che veniva presentato come un segno di riconoscimento. Le parti rotte venivano ricomposte per verificare l'identità di chi le portava.

Il «Simbolo della fede» è quindi un segno di riconoscimento e di comunione tra i credenti. «Symbolon» passò poi a significare raccolta, collezione o sommario. Il «Simbolo della fede» è la raccolta delle principali verità della fede. Da qui deriva il fatto che esso costituisce il primo e fondamentale punto di riferimento della catechesi.

 

489        La prima «professione di fede» si fa al momento del Battesimo. Il «Simbolo della fede» è innanzi tutto il Simbolo battesimale. Poiché il Battesimo viene dato «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19), le verità di fede professate al momento del Battesimo sono articolate in base al loro riferimento alle tre Persone della Santa Trinità.

 

190     II Simbolo è quindi diviso in tre parti: «La prima è consacrata allo studio di Dio Padre e dell'opera mirabile della creazione; la seconda allo studio di Gesù Cristo e del Mistero della Redenzione; la terza allo studio dello Spirito Santo, principio e sorgente della nostra santificazione»3.

Sono questi «i tre capitoli del nostro sigillo (battesimale)»4.

 

191     «Queste tre parti sono distinte, sebbene legate tra loro. In base a un paragone spesso usato dai Padri, noi li chiamiamo articoli.

Infatti, come nelle nostre membra ci sono certe articolazioni che le distinguono e le separano, così, in questa professione di fede, giustamente e a buon diritto si è data la denominazione di articoli alle verità che dobbiamo credere in particolare e in maniera distinta»5. Secondo un'antica tradizione, attestata già da sant'Ambrogio, si è anche soliti contare dodici articoli del Credo, simboleggiando con il numero degli Apostoli l'insieme della fede apostolica6.

 

192     Nel corso dei secoli si sono avute numerose professioni o simboli della fede, in risposta ai bisogni delle diverse epoche: i simboli delle varie Chiese apostoliche e antiche7, il Simbolo «Quicumque», detto di Sant'Atanasio8, le professioni di fede di certi Concili9, o di alcuni Pontefici, come: la «fides Damasi»10 o «II Credo del Popolo di Dio» di Paolo VI (1968).

 

193     Nessuno dei Simboli delle diverse tappe della vita della Chiesa può essere considerato sorpassato ed inutile. Essi ci aiutano a vivere e ad approfondire oggi la fede di sempre attraverso i vari compendi che ne sono stati fatti. Fra tutti i Simboli della fede, due occupano un posto specialissimo nella vita della Chiesa:

 

194     II Simbolo degli Apostoli, così chiamato perché a buon diritto è ritenuto il riassunto fedele della fede degli Apostoli. È l'antico Simbolo battesimale della Chiesa di Roma. La sua grande autorità gli deriva da questo fatto: «È il Simbolo accolto dalla Chiesa di Roma, dove ebbe la sua sede Pietro, il primo tra gli Apostoli, e dove egli portò l'espressione della fede comune»11.

 

195     II Simbolo detto di Nicea-Costantinopoli, il quale trae la sua grande autorità dal fatto di essere frutto dei primi due Concili Ecumenici (325 e 381). È tuttora comune a tutte le grandi Chiese dell'Oriente e dell'Occidente.

 

196     La nostra esposizione della fede seguirà il Simbolo degli Apostoli, che rappresenta, per così dire, «il più antico catechismo romano».

L'esposizione però sarà completata con costanti riferimenti al Simbolo di Nicea-Costantinopoli, in molti punti più esplicito e più dettagliato.

 

197     Come al giorno del nostro Battesimo, quando tutta la nostra vita è stata affidata alla regola dell’insegnamento12, accogliamo il Simbolo della nostra fede, la quale dà la vita. Recitare con fede il Credo, significa entrare in comunione con Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ed anche con tutta la Chiesa che ci trasmette la fede e nel seno della quale crediamo:

Questo simbolo è un sigillo spirituale, è la meditazione del nostro cuore e ne è come una difesa sempre presente: senza dubbio è il tesoro che custodiamo nel nostro animo13.

 

 

____________________

1                 Cf Rm 10, 9; 1Cor 15,2-5.

2                 san cirillo di gerusalemme, Catecheses illuminandorum, 5,12: PG 33, 521-524.

3                 Catechismo Romano, 1,1,3.

4                 SANT'lRENEO Dl LlONE, Demonstratio apostolica, 100.

5                 Catechismo Romano, 1, 1, 4.

6                 Cf SANT'AMBROGIO, Explanatio Symboli, 8: PL 17, 1158D.

7                 Cf denz.-schÖnm, 1-64.

8                 Cf ibid., 75-76.

9                 Concilio di Toledo XI (675): denz-schÖnm, 525-541; Concilio Lateranense IV (1215); DENZ.-SCHÖNM, 800-802; Concilio di Lione II (1274): DENZ.-SCHÖNM, 851-861; Pio IV, bolla Iniunctum nobiss: DENZ.-SCHÖNM, 1862-1870.

10               Cf DENZ.-SCHÖNM, 71-72.

11               SANT'AMBROGIO, Explanatio Symboli, 7: PL 17, 1158D.

12          Cf. Rm 6, 17.

13          SANT’AMBROGIO  Explanatio Symboli, 1: PL. 1155C.

 


Capitolo Primo

IO CREDO IN DIO PADRE (dal 198 - 242)

 

198     La nostra professione di fede incomincia con Dio, perché Dio è «il primo e l’ultimo» (Is 44,6), il Principio e la fine di tutto. Il Credo incomincia con Dio Padre, perché il Padre è la prima Persona divina della Santissima Trinità; il nostro Simbolo incomincia con la creazione del cielo e della terra, perché la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio.

 

Articolo 1

«IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA»

 

Paragrafo 1

IO CREDO IN DIO

 

199     «Io credo in Dio»: Questa prima affermazione della professione di fede è anche la più importante, quella fondamentale. Tutto il Simbolo parla di Dio, e, se parla anche dell’uomo e del mondo, lo fa in rapporto a Dio. Gli articoli del Credo dipendono tutti dal primo, così come i Comandamenti sono l’esplicitazione del primo. Gli altri articoli ci fanno meglio conoscere Dio, quale si è rivelato progressivamente agli uomini. «Giustamente quindi i cristiani affermano per prima cosa di credere in Dio»1.

 

I.     «Io credo in un solo Dio»

200     Con queste parole incomincia il Simbolo di Nicea-Costantinopoli. La confessione della Unicità di Dio, che ha la sua radice nella Rivelazione divina nell’Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell’esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale. Dio è Unico: non c’è che un solo Dio: «La fede cristiana crede e professa un solo Dio, unico per natura, per sostanza e per essenza»2.

 

201     A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cure, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a rivolgersi a lui, l’unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri… davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giungerà ogni lingua. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza”» (Is 45, 22-24)3.

 

202     Gesù stesso conferma che Dio è «l’unico Signore» e che lo si deve amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le nostre forze4. Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è «il Signore»5. Confessare che «Gesù è Signore» è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Unico. Credere nello Spirito Santo «che è Signore e dà la Vita» non introduce alcuna divisione nel Dio unico:

Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola Essenza, Sostanza, cioè Natura assolutamente semplice6.

 

II.    Dio rivela il suo nome

203     Dio si è rivelato a Israele, suo popolo, facendogli conoscere il suo Nome, Il nome esprime l’essenza, l’identità della persona e il senso della sua vita. Dio ha un nome: Non è una forza anonima. Svelare il proprio nome, è farsi conoscere agli altri; in qualche modo è consegnare se stesso rendendosi accessibile, capace d’essere conosciuto più intimamente e di essere chiamato personalmente.

 

204     Dio si è rivelato al suo popolo progressivamente e sotto diversi nomi; ma la rivelazione del Nome divino fatta a Mosè nella teofania del roveto ardente, alle soglie dell’Esodo e dell’Alleanza del Sinai, si è mostrato come rivelazione fondamentale per l’Antica e la Nuova Alleanza.

 

Il Dio vivente

205     Dio chiama Mosè dal mezzo di un roveto che brucia senza consumarsi, e gli dice: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3, 6). Dio è il Dio dei padri,colui che aveva chiamato e guidato i patriarchi nelle loro peregrinazioni. E il Dio fedele e compassionevole che si ricorda di loro e delle sue promesse; egli viene per liberare i loro discendenti dalla schiavitù. Egli è il Dio che, al di là dello spazio e del tempo, lo può e lo vuole e che, per questo disegno, metterà in atto la sua onnipotenza.

 

«Io sono colui che sono»

Mosè disse a Dio: «Ecco, io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi… Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione» (Es 3, 13-15).

 

206     Rivelando il suo Nome misterioso di YHWH, «Io sono colui che È» oppure «Io sono colui che Sono» o anche «Io sono chi Sono», Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare. Questo Nome divino è misterioso come Dio è Mistero. Ad un tempo è un Nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire: egli è il «Dio nascosto» (Is 45,15), il suo Nome è ineffabile7, ed è il Dio che si fa vicino agli uomini.

 

207     Rivelando il suo Nome, Dio rivela al tempo stesso la sua fedeltà che è da sempre e per sempre, valida per il passato («Io sono il Dio dei tuoi padri», Es 3,6), come per l’avvenire («Io sarò con te», Es 3, 12). Dio che rivela il suo Nome come «Io sono» si rivela come il Dio che è sempre là, presente accanto al suo popolo per salvarlo.

 

208     Di fronte alla presenza affascinante e misteriosa di Dio, l’uomo scopre la propria piccolezza. Davanti al roveto ardente, Mosè si toglie i sandali e si vela il viso8 al cospetto della Santità divina. Davanti alla Gloria del Dio tre volte santo, Isaia esclama: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono» (Is 6,5). Davanti ai segni divini che Gesù compie, Pietro esclama: «Signore, allontanati da me che sono peccatore» (Lc 5,8). Ma poiché Dio è santo, può perdonare all’uomo che davanti a lui si riconosce peccatore: «Non darò sfogo all’ardore della mia ira… perché sono Dio e non uomo, sono il Santo in mezzo a te» (Os 11,9). Anche l’apostolo Giovanni dirà: «Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1Gv 3, 19-20).

 

209     Il Popolo d’Israele non pronuncia il Nome di Dio, per rispetto alla sua santità. Nella lettura della Sacra Scrittura il Nome rivelato è sostituito con il titolo divino «Signore» («Adonai» in greco «Kyrios»). Con questo titolo si proclamerà la divinità di Gesù: «Gesù è il Signore».

 

«Dio di misericordia e di pietà»

210     «Dopo il peccato di Israele, che si è allontanato da Dio per adorare il vitello9 d’oro, Dio ascolta l’intercessione di Mosè ed acconsente a camminare in mezzo ad un popolo infedele, manifestando in tal modo il suo amore10. A Mosè che chiede di vedere la sua gloria, Dio risponde: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: Signore YHWH, davanti a te» (Es 33, 18-19). E il Signore passa davanti a Mosè e proclama: «YHWH, YHWH, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34, 5-6). Mosè allora confessa che il Signore è un Dio che perdona11.

 

211      Il Nome divino «Io sono» o «Egli è» esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l’infedeltà del peccato degli uomini e il castigo che merita, «conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,7). Dio rivela di essere «ricco di misericordia» (Es 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch’egli porta il Nome divino: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono» (Gv 8,28).

 

Dio solo È

212     Lungo i secoli, la fede d’Israele ha potuto sviluppare ed approfondire le ricchezze contenute nella rivelazione del Nome divino. Dio è unico, fuori di lui non ci sono dei12. Egli trascende il mondo e la storia. È lui che ha fatto il cielo e la terra: «essi periranno, ma tu rimani, tutti si logorano come veste… ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno fine» (Sal 102, 27-28).In lui «non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1, 17). Egli è «colui che è» da sempre e per sempre, e perciò resta sempre fedele a se stesso ed alle sue promesse.

 

213     La rivelazione del Nome ineffabile «Io sono colui che sono» contiene dunque la verità che Dio solo È. In questo senso già la traduzione dei Settanta e, sulla sua scia, la Tradizione della Chiesa hanno inteso il Nome divino: Dio è la pienezza dell’Essere e di ogni perfezione, senza origine e senza fine. Mentre tutte le creature hanno ricevuto da lui tutto ciò che sono e che hanno, egli solo è il suo stesso essere ed è da se stesso tutto ciò che è.

 

III.      Dio, «colui che è», è Verità e Amore

214     Dio, «colui che è», si è rivelato a Israele come colui che è «ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6). Questi due termini esprimono in modo sintetico le ricchezze del Nome divino. In tutte le sue opere Dio mostra la sua benevolenza, la sua bontà, la sua grazia, il suo amore; ma anche la sua affidabilità, la sua costanza, la sua fedeltà, la sua verità. «Rendo grazie al tuo Nome per la tua fedeltà e la tua misericordia» (Sal 138,2)13. Egli è la verità, perché «Dio è Luce e in lui non ci sono tenebre» (1Gv 1,5); egli è «Amore», come insegna l’apostolo Giovanni (1Gv 4,8).

 

Dio è la verità.

215     «La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia» (Sal 119, 160). «Ora, Signore, tu sei Dio, e le tue parole sono verità» (2Sam 7, 28); per questo le promesse di Dio si realizzano sempre14. Dio è la stessa Verità, le sue parole non possono ingannare. Proprio per questo ci si può affidare con piena fiducia alla verità e alla fedeltà della sua Parola in ogni cosa. L’origine del peccato e della caduta dell’uomo fu una menzogna del tentatore, che indusse a dubitare della Parola di Dio, della sua bontà e della sua fedeltà.

 

216     La verità di Dio è la sua sapienza che regge tutto l’ordine della creazione e del governo del mondo15. Dio che, da solo, «ha fatto cielo e terra» (Sal 115, 15), può donare, egli solo, la vera conoscenza di ogni cosa creata nella sua relazione con lui16.

 

217     Dio è veritiero anche quando rivela se stesso: «un insegnamento fedele» è «sulla sua bocca» (Ml 2,6). Quando manderà il suo Figlio nel mondo, sarà «per rendere testimonianza alla Verità» (Gv 18, 37): «Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio» (1Gv 5, 20)17.

 

Dio è Amore.

218     Israele, nel corso della sua storia, ha potuto scoprire che uno solo era il motivo per cui Dio si era rivelato e lo aveva scelto fra tutti i popoli perché gli appartenesse: il suo amore gratuito18. Ed Israele, per mezzo dei profeti, ha compreso che, ancora per amore, Dio non ha mai cessato di salvarlo19 e di perdonargli la sua infedeltà e i suoi peccati20.

 

219     L’amore di Dio per Israele è paragonato all’amore di un padre per il proprio figlio21. E un amore più forte dell’amore di una madre per i suoi bambini22. Dio ama il suo Popolo più di quanto uno sposo ami la propria sposa23; questo amore vincerà anche le più gravi infedeltà24; arriverà fino al dono più prezioso: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16).

 

220     L’amore di Dio è «eterno» (Is 54,8): «Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto» (Is 54,10). «Ti ho amato di un amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà» (Ger 31,3).

 

221     Ma san Giovanni si spingerà oltre affermando: «Dio è Amore» (1Gv 4,8.16): l’Essere stesso di Dio è Amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d’Amore, Dio rivela il suo segreto più intimo25: è lui stesso eterno scambio d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi.

 

IV.       Conseguenze della fede nel Dio unico

222     Credere in Dio, l’Unico, ed amarlo con tutto il proprio essere comporta per tutta la nostra vita enormi conseguenze

 

223     Conoscere la grandezza e la maestà di Dio: «Ecco, Dio è così grande, che non lo comprendiamo» (Gb 36,26). Proprio per questo Dio deve essere «servito per primo»26.

 

224     Vivere in rendimento di grazia: se Dio è l’Unico, tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo viene da lui: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto?» (1Cor 4,7). «Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?». (Sal 116, 12).

 

225     Conoscere l’unità e la vera dignità di tutti gli uomini: tutti sono fatti «a immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,26).

 

226     Usare rettamente le cose create: la fede nell’Unico Dio ci conduce ad usare tutto ciò che non è lui nella misura in cui ci avvicina a lui, e a staccarcene nella misura in cui da lui ci allontana27.

Mio Signore e mio Dio, togli da me quanto mi allontana da te.

Mio Signore e mio Dio, dammi tutto ciò che mi conduce a te.

Mio Signore e mio Dio, toglimi a me e dammi tutto a te28.

 

227     Fidarsi di Dio in ogni circostanza, anche nell’avversità. Una preghiera di santa Teresa di Gesù esprime ciò mirabilmente:

Niente ti turbi

niente di spaventi.

Tutto passa

Dio non cambia.

La pazienza ottiene tutto.

Chi ha Dio non manca di nulla.

Dio solo basta29.

 

In sintesi:

228     «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo…» (Dt 6, 4; Mc 12, 29). «L’Essere supremo deve necessariamente essere unico, cioè senza eguali… Se Dio non è unico, non è Dio»30.

 

229     La fede in Dio ci conduce a volgerci a lui solo come alla nostra prima origine e al nostro ultimo fine, e a non anteporre o sostituire nulla a lui.

 

230     Dio, mentre si rivela, rimane un Mistero ineffabile. «Se lo comprendessi, non sarebbe Dio»31.

 

231     Il Dio della nostra fede si è rivelato come colui che è; si è fatto conoscere come «ricco di grazia e di misericordia» (Es 34, 6). Il suo Essere stesso è Verità e Amore.

 


Paragrafo 2

IL PADRE

 

I.     «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»

232     I cristiani vengono battezzati «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19). Prima rispondono «Io credo» alla triplice domanda con cui ad essi si chiede di confessare la loro fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo: «Fides omnium christianorum in Trinitate consistit – La fede di tutti i cristiani si fonda sulla Trinità»32.

 

233     I cristiani sono battezzati «nel nome» - e non «nei nomi» - del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo33; infatti non vi è che un solo Dio, il Padre onnipotente e il Figlio suo unigenito e lo Spirito Santo: la Santissima Trinità.

 

234     Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. E il mistero di Dio in se stesso. E quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina. E l’insegnamento più fondamentale ed essenziale nella «gerarchia della verità» di fede34. «Tutta la storia della salvezza è la storia del rivelarsi del Dio vero e unico: Padre, Figlio e Spirito Santo33, il quale riconcilia e unisce a sé coloro che sono separati dal peccato»35.

 

235     In questo paragrafo, si esporrà in breve in qual modo è stato rivelato il mistero della Beata Trinità (I), come la Chiesa ha formulato la dottrina della fede in questo mistero (II), e infine, come, attraverso le missioni divine del Figlio e dello Spirito Santo, Dio Padre realizza il suo «benevolo disegno» di creazione, redenzione e santificazione (III).

 

236     I Padri della Chiesa fanno una distinzione tra la «Theologia» e l’«Oikonomia», designando con il primo termine il mistero della vita intima del Dio-Trinità, e con il secondo tutte le opere di Dio, con le quali egli si rivela e comunica la sua vita. Attraverso l’«Oikono-mia» ci è rivelata la «Theologia», ma, inversamente, è la «Theologia» che illumina tutta l’«Oikono-mia». Le opere di Dio rivelano chi egli è in se stesso; e, inversamente, il mistero del suo Essere intimo illumina l’intelligenza di tutte le sue opere. Avviene così, analogicamente, tra le persone umane. La persona si mostra attraverso le sue azioni, e, quanto più conosciamo una persona, tanto più comprendiamo le sue azione.

 

237     La Trinità è un mistero della fede in senso stretto, uno dei «misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non sono divinamente rivelati»36 (Concilio Vaticano II: Denz. Schonm., 3015). Indubbiamente Dio ha lasciato tracce del suo essere trinitario nell’opera della creazione e nella Rivelazione lungo il corso dell’Antico Testamento. Ma l’intimità del suo Essere come Trinità Santa costituisce un mistero inaccessibile alla sola ragione, come pure alla fede d’Israele, prima dell’Incarnazione del Figlio di Dio e dell’invio dello Spirito Santo.

 

II     La Rivelazione di Dio come Trinità.

Il Padre rivelato dal Figlio

238     In molte religioni Dio viene invocato come «Padre». Spesso la divinità è considerata come «padre degli dei e degli uomini». Presso Israele, Dio è chiamato Padre in quanto Creatore del mondo37. Ancor più Dio è Padre in forza dell’Alleanza e del dono della Legge fatto a Israele, suo «figlio primogenito» (Es 4,22). È anche chiamato Padre del re d’Israele38. In modo particolarissimo Egli è «il Padre dei poveri», dell’orfano, della vedova, che sono sotto la sua protezione amorosa39.

 

239     Chiamando Dio con il nome di «Padre», il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti che Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e che, al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli. Questa tenerezza paterna di Dio può anche essere espressa con l’immagine della maternità40, che indica ancor meglio l’immanenza di Dio, l’intimità tra Dio e la sua creatura. Il linguaggio della fede si rifà così all’esperienza umana dei genitori che, in certo qual modo, sono per l’uomo i primi rappresentanti di Dio. Tale esperienza, però, mostra anche che i genitori umani possono sbagliare e sfigurare il volto della paternità e della maternità. Conviene perciò ricordare che Dio trascende la distinzione umana dei sessi. Egli non è né uomo né donna, Egli è Dio. Trascende pertanto la paternità e la maternità umane41 pur essendone l’origine e il modello42: Nessuno è padre quanto Dio.

 

240     Gesù ha rivelato che Dio è «Padre» in senso inaudito: non lo è soltanto in quanto Creatore; egli è eternamente Padre in relazione al Figlio suo Unigenito, il quale, a sua volta, non è Figlio che in relazione al Padre: «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 27).

 

241     Per questo gli Apostoli confessano Gesù come «il Verbo» che «in principio» «era presso Dio», «il Verbo» che «era Dio» (Gv 1,1), come «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), come l’«irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3).

 

242     Sulla loro scia, seguendo la Tradizione Apostolica, la Chiesa nel 325, nel primo Concilio Ecumenico di Nicea, ha confessato che il Figlio è «consustanziale» al Padre, cioè un solo Dio con lui. Il secondo Concilio Ecumenico, riunito a Costantinopoli nel 381, ha conservato tale espressione nella sua formulazione del Credo di Nicea ed ha confessato «il Figlio unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre»43.

 

Il Padre e il Figlio rivelati dallo Spirito

243     Prima della sua Pasqua, Gesù annunzia l’invio di un «altro Paraclito» (Difensore, lo Spirito Santo. Lo Spirito che opera fin dalla creazione44, che già aveva «parlato per mezzo dei profeti» (Simbolo di Nicea-Costantinopoli), dimorerà presso i discepoli e sarà in loro45, per insegnare loro ogni cosa45 e guidarli «alla verità tutta intera» (Gv 16,13). Lo Spirito Santo è in tal modo rivelato come un’altra Persona divina in rapporto a Gesù e al Padre.

 

244     L’origine eterna dello Spirito si rivela nella sua missione nel tempo. Lo Spirito Santo è inviato agli Apostoli e alla Chiesa sia dal padre nel nome del Figlio, sia dal Figlio in persona, dopo il suo ritorno al Padre47. L’invio della Persona dello Spirito dopo la glorificazione di Gesù48 rivela in pienezza il Mistero della Santa Trinità.

 

245     La fede apostolica riguardante lo Spirito è stata confessata dal secondo Concilio Ecumenico nel 381 a Costantinopoli: «Crediamo nello Spirito santo, che è il Signore e dà vita; che procede dal Padre»49 Così la Chiesa riconosce il Padre come «la fonte e l’origine di tutta la divinità»50. L’origine eterna dello Spirito Santo non è tuttavia senza legame con quella del Figlio: «Lo Spirito Santo, che è la Terza Persona della Trinità, è Dio, uno e uguale al Padre e al Figlio, della stessa sostanza e anche della stessa natura… Tuttavia, non si dice che Egli è soltanto lo Spirito del Padre, ma che è, ad un tempo, lo Spirito del Padre e del Figlio»51. Il Credo del Concilio di Costantinopoli della Chiesa confessa: «Con il Padre e con il Figlio è adorato e glorificato»52.

 

246     La tradizione latina del Credo confessa che lo Spirito «procede dal Padre e dal Figlio [Filioque]» Il Concilio di Firenze, nel 1439, esplicita: «Lo Spirito Santo ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio e… procede eternamente dall’Uno e dall’Altro come da un solo Principio e per una sola spirazione… E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, ad eccezione del suo essere Padre, anche questo procedere dello Spirito Santo a partire dal Figlio lo riceve dall’eternità dal suo Padre che ha generato il Figlio stesso»53.

 

247     L’affermazione di Filioque mancava nel Simbolo confessato a Costantinopoli nel 381. Ma sulla base di una antica tradizione latina e alessandrina, il Papa san Leone l’aveva già dogmaticamente confessata nel 44754, prima che Roma conoscesse e ricevesse, nel 451, durante il Concilio di Calcedonia, il Simbolo del 381. L’uso di questa formula nel Credo è entrata a poco a poco nella Liturgia latina (tra i secoli VIII e XI). L’introduzione del «Filioque» nel Simbolo di Nicea-Costantinopoli da parte della Liturgia latina costituisce tuttavia, ancora oggi, un punto di divergenza con le Chiese ortodosse.

 

248     La tradizione orientale mette innanzi tutto in rilievo che il Padre, in rapporto allo Spirito, è l’origine prima. Confessando che lo Spirito «procede dal Padre» (Gv 15,26), affermando che lo Spirito procede sal Padre attraverso il Figlio55. La tradizione occidentale dà maggior risalto alla comunione consustanziale tra il Padre e il Figlio affermando che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (Filioque). Lo dice «lecitamente e ragionevolmente»56; infatti l’ordine eterno delle Persone divine nella loro comunione consustanziale implica che il Padre sia l’origine prima dello Spirito in quanto «principio senza principio»57, ma pure che, in quanto Padre del Figlio Unigenito, Egli con Lui sia «l’unico principio dal quale procede lo Spirito Santo»58. Questa legittima complementarietà, se non viene inasprita, non scalfisce l’identità della fede nella realtà del medesimo mistero confessato.

 

III   La Santa Trinità nella dottrina della fede

La formazione del dogma trinitario.

249     La verità rivelata dalla Santa Trinità è stata, fin dalle origini, alla radice della fede vivente della Chiesa, principalmente per mezzo del battesimo. Trova la sua espressione nella regola della fede battesimale, formulata nella predicazione, nella catechesi e nella preghiera della Chiesa. Simili formulazioni compaiono già negli scritti apostolici, come ad esempio questo saluto, ripreso nella Liturgia eucaristica: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 12,13)59.

 

250     Nel corso dei primi secoli, la Chiesa ha cercato di formulare in maniera più esplicita la sua fede trinitaria, sia per approfondire la propria intelligenza della fede, sia per difenderla contro errori che la alteravano. Fu questa l’opera degli antichi Concili, aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano.

 

251     Per la formulazione del dogma della Trinità, la Chiesa ha dovuto sviluppare una terminologia propria ricorrendo a nozioni di origine filosofica: «sostanza», «persona» o «ipostasi», «relazione», ecc. Così facendo, non ha sottoposto la fede ad una sapienza umana, ma ha dato un significato nuovo, insolito a questi termini assunti ora a significare anche un Mistero inesprimibile, «infinitamente al di là di tutto ciò che possiamo concepire a misura d’uomo»60.

 

222     La Chiesa adopera il termine «sostanza» (reso talvolta anche con «essenza» o «natura») per designare l’Essere divino nella sua unità, il termine «persona» o «ipostasi» per designare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nella loro reale distinzione reciproca, il termine «relazione» per designare il fatto che la destinazione tra Persone divine sta nel riferimento delle une alle altre.

 

Il dogma della Santa Trinità.

253     La Trinità è Una. Noi non confessiamo tre dei, ma un Dio solo in tre Persone: «la Trinità consustanziale»61 . Le Persone divine non si dividono l’unica divinità, ma ciascuna di esse è Dio tutto intero: «Il Padre è tutto ciò che è il Figlio, il Figlio tutto ciò che è il Padre, lo Spirito Santo tutto ciò che è il Padre e il Figlio, cioè un unico Dio quanto alla natura»62. «Ognuna delle tre Persone è quella realtà, cioè la sostanza, l’essenza o la natura divina»63.

 

254     Le persone divine sono realmente distinte tra loro. «Dio è unico ma non solitario»64. «Padre», «Figlio» e «Spirito Santo» non sono semplicemente nomi che indicano modalità dell’Essere divino, essi infatti sono realmente distinti tra loro: «il Figlio non è il Padre, il Padre non è il Figlio, e lo Spirito Santo non è il Padre o il Figlio»65. Sono distinti tra loro per le loro relazioni di origine: «È il Padre che genera il Figlio che è generato, lo Spirito Santo che procede»66. L’Unità divina è Trina.

 

255     Le persone divine sono relative le une alle altre. La distinzione reale delle Persone divine tra loro, poiché non divide l’unità divina, risiede esclusivamente nelle relazioni. Che le mettono in riferimento le une alle altre: «Nei nomi relativi delle Persone, il Padre è riferito al Figlio, il Figlio al Padre, lo Spirito Santo all’uno e all’altro; quando si parla di queste tre Persone considerandone le relazioni, si crede tuttavia in una sola natura o sostanza»67. Infatti «tutto è una cosa sola in loro, dove non si apponga la relazione»68. «Per questa unità il Padre è tutto nel Figlio, tutto nello Spirito Santo; il Figlio tutto nel Padre, tutto nello Spirito Santo, lo Spirito Santo è tutto nel Padre, tutto nel Figlio»69.

 

256     Ai catecumeni di Costantinopoli san Gregorio Nazianzeno, detto anche «il Teologo», consegna questa sintesi della fede trinitaria:

Innanzi tutto, conservatemi questo prezioso deposito, per il quale io vivo e combatto, con il quale voglio morire, che mi rende capace di sopportare ogni male e di disprezzare tutti i piaceri: intendo dire la professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo. Io oggi ve l’affido. Con essa fra poco vi immergerò nell’acqua e da essa vi trarrò. Ve la dono, questa professione, come compagna e patrona di tutta la vostra vita. Vi do una sola Divinità e Potenza, che è Uno in Tre, e contiene i Tre in modo distinto. Divinità senza differenza di sostanza o di natura, senza grado superiore che eleva, o inferiore che abbassa… Di tre infiniti è l’infinita connaturalità. Ciascuno considerato in sé è Dio tutto intero… Dio le Tre Persone considerate insieme… Ho appena appena incominciato a pensare all’unità ed eccomi immerso nello splendore della Trinità. Ho appena incominciato a pensare alla Trinità ed ecco che l’unità mi sazia…70.

 

IV    Le operazioni divine e le missioni trinitarie

257     «O lux, beata Trinitas et principalis Unitas – O luce, Trinità beata e originaria Unità!»71. Dio è eterna beatitudine, vita immortale, luce senza tramonto. Dio è Amore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio liberamente vuol comunicare la gloria della sua vita beata. Tale è il disegno della sua benevolenza72, disegno che ha concepito prima della creazione del mondo nel suo Figlio diletto, «predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 4-5), cioè «ad essere conformi all’immagine del Figlio suo» (Rm 8, 29), in forza dello «Spirito da figli adottivi» (Rm 8, 15). Questo progetto è una «grazia che ci è stata data… fin dall’eternità» (2Tm 1, 9-10) e che ha come sorgente l’amore trinitario. Si dispiega nell’opera della creazione, in tutta la storia della salvezza dopo la caduta, nella missione del Figlio e quella dello Spirito, che si prolunga nella missione della Chiesa73.

 

258     Tutta l’economia è l’opera comune delle tre Persone divine. Infatti, la Trinità, come ha una sola e medesima natura, così ha una sola e medesima operazione74. «Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono tre principi della creazione, ma un solo principio»75. Tuttavia, ogni Persona divina compie l’operazione comune secondo la sua personale proprietà. Così la Chiesa rifacendosi al Nuovo Testamento76 professa: «Uno infatti è Dio Padre, dal quale sono tutte le cose; uno il Signore Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose; uno è lo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose»77. Le missioni divine dell’Incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo sono quelle che particolarmente manifestano le proprietà delle Persone divine.

 

259     Tutta l’economia divina, opera comune e insieme personale, fa conoscere tanto la proprietà delle Persone divine, quanto la loro unica natura. Parimenti, tutta la vita cristiana è comunione con ognuna delle Persone divine, senza in alcun modo separarle. Chi rende gloria al Padre lo fa per il Figlio nello Spirito Santo; chi segue Cristo, lo fa perché il Padre lo attira78 e perché lo Spirito lo guida79.

 

260     Il fine ultimo dell’intera economia divina è che tutte le creature entrino nell’unità perfetta della Beata Trinità80. Ma fin d’ora siamo chiamati ad essere abitati dalla Santissima Trinità: «Se uno mi ama», dice il Signore, «osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23):

O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi completamente, per stabilirmi in te, immobile e serena come se la mia anima fosse già nell’eternità; nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da te, o mio Immutabile, ma che ogni minuto mi porti più addentro nella profondità del tuo Mistero! Pacifica la mia anima; fanne il tuo cielo, la tua dimora amata e il luogo del tuo riposo. Che io non ti lasci mai sola, ma che sia lì, con tutta me stessa tutta vigile nella mia fede, tutta adorante, tutta offerta alla tua azione creatrice81..

 

Sintesi

261     Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. Soltanto Dio può darcene la conoscenza rivelandosi come Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

262     L’incarnazione del Figlio di Dio rivela che Dio è il Padre eterno e che il Figlio è consustanziale al Padre, cioè che in lui e con lui è lo stesso unico Dio.

 

263     La missione dello Spirito Santo, che il Padre manda nel nome del Figlio82 e che il Figlio manda «dal Padre» (Gv 15,26), rivela che egli è con loro lo stesso unico Dio. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato”.

 

264     «Lo Spirito Santo procede, primariamente, dal Padre e, per il dono eterno che il Padre ne fa al Figlio, procede dal Padre e dal Figlio in comunione»83.

 

265     Attraverso la grazia del Battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ” (Mt 28,19), siamo chiamati ad aver parte alla vita della Beata Trinità, quaggiù nell’oscurità della fede, e, oltre la morte, nella luce eterna84.

 

266     «La fede cattolica consiste nel venerare un Dio solo nella Trinità, e la Trinità nell’Unità, senza confusione di Persone né separazione della sostanza: altra infatti è la Persona del Padre, altra quella del Figlio, altra quella dello Spirito Santo; ma unica è la divinità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, uguale la gloria, coeterna la maestà»85.

 

267     Inseparabili nella loro sostanza, le Persone divine sono inseparabili anche nelle loro operazioni. Ma nell’unica operazione divina ogni Persona manifesta ciò che le è proprio nella Trinità, soprattutto nelle missioni divine dell’incarnazione del Figlio e del dono dello Spirito Santo.

 

 

 

Paragrafo 3

L’ONNIPOTENTE

 

268     Di tutti gli attributi divini, nel Simbolo si nomina soltanto l’onnipotenza di Dio: confessarla è di grande importanza per la nostra vita. Noi crediamo che tale onnipotenza è universale, perché Dio, che tutto ha creato86, tutto governa e tutto può; amante, perché Dio è nostro Padre87; misteriosa, perché soltanto la fede può riconoscere allorché “ si manifesta nella debolezza ” (2Cor 12,9)88.

 

«Egli opera tutto ciò che vuole»(Sal 115, 3)

269     Le Sacre Scritture affermano a più riprese la potenza universale di Dio. Egli è detto “il Potente di Giacobbe” (Gen 49,24; Is 1,24 e altrove), “il Signore degli eserciti”, “il Forte, il Potente” (Sal 24,8-10). Se Dio è onnipotente “in cielo e sulla terra” (Sal 135,6), è perché lui stesso li ha fatti. Nulla quindi gli è impossibile89 e dispone della sua opera come gli piace90; egli è il Signore dell’universo, di cui ha fissato l’ordine che rimane a lui interamente sottoposto e disponibile; egli è il Padrone della storia: muove i cuori e guida gli avvenimenti secondo il suo beneplacito91. “Prevalere con la forza ti è sempre possibile; chi potrà opporsi al potere del tuo braccio?” (Sap 11,21)88.

 

«Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi»(Sap 11,23)

270     Dio è Padre onnipotente. La sua paternità e la sua potenza si illuminano a vicenda. Infatti, egli mostra la sua onnipotenza paterna attraverso il modo con cui si prende cura dei nostri bisogni92; attraverso l’adozione filiale che ci dona (“Sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente”: 2Cor 6,18); infine attraverso la sua infinita misericordia, dal momento che egli manifesta al massimo grado la sua potenza perdonando liberamente i peccati.

 

271     L’onnipotenza divina non è affatto arbitraria: «In Dio la potenza e l’essenza, la volontà e l’intelligenza, la sapienza e la giustizia sono una sola ed identica cosa, di modo che nulla può esserci nella potenza divina che non possa essere nella giusta volontà di Dio o nella sua sapiente intelligenza«93.

 

Il mistero dell’apparente impotenza di Dio

272     La fede in Dio Padre onnipotente può essere messa alla prova dall’esperienza del male e della sofferenza. Talvolta Dio può sembrare assente ed incapace di impedire il male. Ora, Dio Padre ha rivelato nel modo più misterioso la sua onnipotenza nel volontario abbassamento e nella risurrezione del Figlio suo, per mezzo dei quali ha vinto il male. Cristo crocifisso è quindi “potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25). Nella risurrezione e nella esaltazione di Cristo il Padre ha dispiegato “l’efficacia della sua forza” e ha manifestato “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” (Ef 1,19-22).

 

273     Soltanto la fede può aderire alle vie misteriose dell’onnipotenza di Dio. Per questa fede, ci si gloria delle proprie debolezze per attirare su di sé la potenza di Cristo94. Di questa fede il supremo modello è la Vergine Maria: ella ha creduto che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37) e ha potuto magnificare il Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome” (Lc 1,49).

 

274     «La ferma persuasione dell’onnipotenza divina vale più di ogni altra cosa a corroborare in noi il doveroso sentimento della fede e della speranza. La nostra ragione, conquistata dall’idea della divina onnipotenza, assentirà, senza più dubitare, a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto possa essere grande e meravigliosa o superiore alle leggi e all’ordine della natura. Anzi, quanto più sublimi saranno le verità da Dio rivelate, tanto più agevolmente riterrà di dovervi assentire»95.

 

In sintesi

275     Con Giobbe, il giusto, noi confessiamo: Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te” (Gb 42,2).

 

276     Fedele alla testimonianza della Scrittura, la Chiesa rivolge spesso la sua preghiera al «Dio onnipotente ed eterno» («Omnipotens sempiterne Deus...»), credendo fermamente che «nulla è impossibile a Dio» (Gn 18, 14; Lc 1, 37; Mt 19, 26).

 

277     Dio manifesta la sua onnipotenza convertendoci dai nostri peccati e ristabilendoci nella sua amicizia con la grazia («Deus, qui omnipotentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas... – O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono...»). 96.

 

278     Senza credere che l’amore di Dio è onnipotente, come credere che il Padre abbia potuto crearci, il Figlio riscattarci, lo Spirito Santo santificarci?

 

Paragrafo 4

IL CREATORE

 

279     «In principio Dio creò il principio Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1, 1). Con queste solenni parole incomincia la Sacra Scrittura. Il Simbolo della fede le riprende confessando Dio Padre onnipotente come «Creatore del cielo e della terra», «di tutte le cose visibili e invisibili». Noi parleremo perciò innanzi tutto del Creatore, poi della sua creazione, infine della caduta a causa del peccato, da cui Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è venuto a risollevarci.

 

280     La creazione è il fondamento di «tutti i progetti salvifici di Dio», «l'inizio della storia della salvezza»97, che culmina in Cristo. Inversamente, il Mistero di Cristo è la luce decisiva sul mistero della creazione: rivela il fine in vista del quale, «in principio, Dio creò il cielo e la terra» (Gn 1, 1): dalle origini, Dio pensava alla gloria della nuova creazione in Cristo98.

 

281     Per questo le letture della Veglia Pasquale, celebrazione della nuova creazione in Cristo, iniziano con il racconto della creazione: parimenti, nella Liturgia Bizantina, il racconto della creazione è sempre la prima lettura delle vigilie delle grandi feste del Signore. Secondo la testimonianza degli antichi, l'istruzione dei catecumeni per il Battesimo segue lo stesso itinerario99.

 

I.         La catechesi sulla creazione

282     La catechesi sulla creazione è di capitale importanza. Concerne i fondamenti stessi della vita umana e cristiana: infatti esplicita la risposta della fede cristiana agli interrogativi fondamentali che gli uomini di ogni tempo si sono posti: «Da dove veniamo?» «Dove andiamo?» «Qual è la nostra origine?» «Quale il nostro fine?» «Da dove viene e dove va tutto ciò che esiste?». Le due questioni, quella dell'origine e quella del fine, sono inseparabili. Sono decisive per il senso e l'orientamento della nostra vita e del nostro agire.

 

283     La questione delle origini del mondo e dell'uomo è oggetto di numerose ricerche scientifiche, che hanno straordinariamente arricchito le nostre conoscenze sull'età e le dimensioni del cosmo, sul divenire delle forme viventi, sull'apparizione dell'uomo. Tali scoperte ci invitano ad una sempre maggiore ammirazione per la grandezza del Creatore, e a ringraziarlo per tutte le sue opere e per l'intelligenza e la sapienza di cui fa dono agli studiosi e ai ricercatori. Con Salomone costoro possono dire: «Egli mi ha concesso la conoscenza infallibile delle cose, per comprendere la struttura del mondo e la forza degli elementi... perché mi ha istruito la Sapienza, artefice di tutte le cose» (Sap 7, 17-21).

 

284     Il grande interesse, di cui sono oggetto queste ricerche, è fortemente stimolato da una questione di altro ordine, che oltrepassa il campo proprio delle scienze naturali. Non si tratta soltanto di sapere quando e come sia sorto materialmente il cosmo, né quando sia apparso l'uomo, quanto piuttosto di scoprire quale sia il senso di tale origine: se cioè sia governata dal caso, da un destino cieco, da una necessità anonima, oppure da un Essere trascendente, intelligente e buono chiamato Dio. E se il mondo proviene dalla sapienza e dalla bontà di Dio, perché il male? Da dove viene? Chi ne è responsabile? C'è una liberazione da esso?

 

285     Fin dagli inizi, la fede cristiana è stata messa a confronto con risposte diverse dalla sua circa la questione delle origini. Infatti, nelle religioni e nelle culture antiche si trovano numerosi miti riguardanti le origini. Certi filosofi hanno affermato che tutto è Dio, che il mondo è Dio, o che il divenire del mondo è il divenire di Dio (panteismo); altri hanno detto che il mondo è una emanazione necessaria di Dio, che scaturisce da questa sorgente e ad essa ritorna; altri ancora hanno sostenuto l'esistenza di due princìpi eterni, il Bene e il Male, la Luce e le Tenebre, in continuo conflitto (dualismo, manicheismo); secondo alcune di queste concezioni, il mondo (almeno il mondo materiale) sarebbe cattivo, prodotto di un decadimento, e quindi da respingere o oltrepassare (gnosi); altri ammettono che il mondo sia stato fatto da Dio, ma alla maniera di un orologiaio che, una volta fatto, l'avrebbe abbandonato a se stesso (deismo); altri infine non ammettono alcuna origine trascendente del mondo, ma vedono in esso il puro gioco di una materia che sarebbe sempre esistita (materialismo). Tutti questi tentativi di spiegazione stanno a testimoniare la persistenza e l’universalità del problema delle origini. Questa ricerca è propria dell'uomo.

 

286     Indubbiamente, l’intelligenza può già trovare una risposta al problema delle origini. Infatti, è possibile conoscere con certezza l'esistenza di Dio Creatore attraverso le sue opere, grazie alla luce della ragione umana100, anche se questa conoscenza spesso è offuscata e sfigurata dall’errore. Per questo la fede viene a confermare e a far luce alla ragione nella retta intelligenza di queste verità: «Per fede sappiamo che i mondi furono formati dalla Parola di Dio, sì che3 da cose non visibili ha preso origine ciò che si vede» (Eb 11,3)

 

287     La verità della creazione è tanto importante per l’intera vita umana che Dio, nella sua tenerezza, ha voluto rivelare al suo popolo tutto ciò che al riguardo è necessario conoscere. Al di là della conoscenza naturale che ogni uomo può avere del Creatore101, Dio ha progressivamente rivelato a Isdraele il mistero della creazione. Egli, che ha scelto i patriarchi, che ha fatto uscire Isdraele dall’Egitto, e che, eleggendo Isdraele, l’ha creato e formato102, si rivela come colui al quale appartengono tutti i popoli della terra e l’intera terra, come colui che, solo, «ha fatto cielo e terra» (Sal 115, 15; 124, 8; 134,3)

 

288     La rivelazione della creazione è così inseparabile dalla rivelazione e dalla realizzazione dell’Alleanza di Dio, l’Unico, con il suo Popolo. La creazione è rivelata come il primo passo verso tale Alleanza, come la prima e universale testimonianza dell'amore onnipotente di Dio103. E poi la verità della creazione si esprime con una forza crescente nel messaggio dei profeti104, nella preghiera dei Salmi 105e della Liturgia, nella riflessione della sapienza106 del Popolo eletto.

 

289     Tra tutte le parole della Sacra scrittura sulla creazione, occupano un posto singolarissimo i primi tre capitoli della Genesi. Dal punto di vista letterario questi testi possono avere diverse fonti. Gli autori ispirati li hanno collocati all'inizio della Scrittura in modo che esprimano, con il loro linguaggio solenne, le verità della creazione, della sua origine e del suo fine in Dio, del suo ordine e della sua bontà, della vocazione dell'uomo, infine del dramma del peccato e della speranza della salvezza. Lette alla luce di Cristo, nell'unità della Sacra Scrittura e della Tradizione vivente della Chiesa, queste parole restano la fonte principale per la catechesi dei misteri delle «origini»: creazione, caduta, promessa della salvezza.

 

II.    La creazione - opera della Santissima Trinità

290     «In principio, Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Queste prime parole della Scrittura contengono tre affermazioni: il Dio eterno ha dato un inizio a tutto ciò che esiste fuori di lui. Egli solo è Creatore (il verbo «creare» - in ebraico «bara» - ha sempre come soggetto Dio). La totalità di ciò che esiste (espressa nella formula «il cielo e la terra») dipende da colui che le dà l’essere.

 

291     «In principio era il Verbo [...] e il Verbo era Dio. [...] Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto» (Gv 1,1-3). Il Nuovo Testamento rivela che Dio ha creato tutto per mezzo del Verbo eterno, il Figlio suo diletto. «Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra [...]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono» (Col 1,16-17). La fede della Chiesa afferma pure l’azione creatrice dello Spirito Santo: egli è colui che «dà la vita»107, lo «Spirito Creatore»108, la «sorgente di ogni bene»109.

 

292     Lasciata intravedere nell’Antico Testamento110, rivelata nella Nuova Alleanza, l’azione creatrice del Figlio e dello Spirito, inseparabilmente una con quella del Padre, è chiaramente affermata dalla regola di fede della Chiesa: “Non esiste che un solo Dio [...]; egli è il Padre, è Dio, il Creatore, l’Autore, l’Ordinatore. Egli ha fatto ogni cosa da se stesso, cioè con il suo Verbo e la sua Sapienza”, “per mezzo del Figlio e dello Spirito”, che sono come «le sue mani»111. La creazione è l’opera comune della Santissima Trinità.

 

III.  “Il mondo è stato creato per la gloria di Dio”

293     È una verità fondamentale che la Scrittura e la Tradizione costantemente insegnano e celebrano: “Il mondo è stato creato per la gloria di Dio”112. Dio ha creato tutte le cose, spiega san Bonaventura, “non propter gloriam augendam, sed propter gloriam manifestandam et propter gloriam suam communicandam - non per accrescere la propria gloria, ma per manifestarla e per comunicarla”113. Infatti Dio non ha altro motivo per creare se non il suo amore e la sua bontà: “Aperta manu clave amoris creatura, prodierunt - Aperta la mano dalla chiave dell’amore, le creature vennero alla luce”114. E il Concilio Vaticano I spiega:

“Nella sua bontà e con la sua onnipotente virtù, non per aumentare la sua beatitudine, né per acquistare perfezione, ma per manifestarla attraverso i beni che concede alle sue creature, questo solo vero Dio ha, con la più libera delle decisioni, insieme dall’inizio dei tempi, creato dal nulla e l’altra creatura, la spirituale e la corporale”115.

 

294     La gloria di Dio è che si realizzi la manifestazione e la comunicazione della sua bontà, in vista delle quali il mondo è stato creato. Fare di noi i suoi «figli adottivi per opera di Gesù Cristo», è il benevolo disegno «della sua volontà… a lode e gloria della sua grazia» (Ef 1,5-6). “Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente e la vita dell’uomo è la visione di Dio: se già la Rivelazione di Dio attraverso la creazione procurò la vita a tutti gli esseri che vivono sulla terra, quanto più la manifestazione del Padre per mezzo del Verbo dà la vita a coloro che vedono Dio”116. Il fine ultimo della creazione è che Dio, “che di tutti è il Creatore, possa anche essere “tutto in tutti” (1Cor 15,28), procurando ad un tempo la sua gloria e la nostra felicità”117.

 

IV:   Il mistero della creazione

Dio crea con sapienza e amore

295     Noi crediamo che il mondo è stato creato da Dio secondo la sua sapienza118. Non è il prodotto di una qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso. Noi crediamo che il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere, alla sua saggezza e alla sua bontà: «Tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono» (Ap 4,11). «Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza» (Sal 104,24). «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature» (Sal 145,9).

 

Dio crea «dal nulla»

296     Noi crediamo che Dio, per creare, non ha bisogno di nulla di preesistente né di alcun aiuto119. La creazione non è neppure una emanazione necessaria della sostanza divina120. Dio crea liberamente «dal nulla»121:

Che vi sarebbe di straordinario se Dio avesse tratto il mondo da una materia preesistente? Un artigiano umano, quando gli si dà un materiale, ne fa tutto ciò che vuole. Invece la potenza di Dio si manifesta precisamente in questo, che egli parte dal nulla per fare tutto ciò che vuole122.

 

297     La fede nella creazione «dal nulla» è attestata nella Scrittura come una verità piena di promessa e di speranza. Così la madre dei sette figli li incoraggia al martirio:

Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore del mondo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo lo spirito e la vita, come voi ora per le sue leggi non vi curate di voi stessi. [...] Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano (2Mac 7,22-23.28).

 

298     Dio, poiché può creare dal nulla, può anche, per opera dello Spirito Santo, donare ai peccatori la vita dell’anima, creando in essi un cuore puro123, e ai defunti, con la risurrezione, la vita del corpo, egli «che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4,17). E, dal momento che, con la sua Parola, ha potuto far risplendere la luce dalle tenebre124, può anche donare la luce della fede a coloro che non lo conoscono125.

 

Dio crea un mondo ordinato e buono

299     Per il fatto che Dio crea con sapienza, la creazione ha un ordine: «Tu hai disposto tutto con misura, calcolo e peso» (Sap 11,20). Creata nel e per mezzo del Verbo eterno, «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15), la creazione è destinata, indirizzata all’uomo, immagine di Dio126, chiamato a una relazione personale con Dio. La nostra intelligenza, poiché partecipa alla luce dell’Intelletto divino, può comprendere ciò che Dio ci dice attraverso la creazione127, certo non senza grande sforzo e in spirito di umiltà e di rispetto davanti al Creatore e alla sua opera128. Scaturita dalla bontà divina, la creazione partecipa di questa bontà («E Dio vide che era cosa buona [...] cosa molto buona»: Gn 1,4.10.12.18.21.31). La creazione, infatti, è voluta da Dio come un dono fatto all’uomo, come un’eredità a lui destinata e affidata. La Chiesa, a più riprese, ha dovuto difendere la bontà della creazione, compresa quella del mondo materiale129.

 

Dio trascende la creazione ed è ad essa presente                     

300     Dio è infinitamente più grande di tutte le sue opere130: «Sopra i cieli si innalza» la sua «magnificenza» (Sal 8,2), «la sua grandezza non si può misurare» (Sal 145,3). Ma poiché egli è il Creatore sovrano e libero, causa prima di tutto ciò che esiste, egli è presente nell’intimo più profondo delle sue creature: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). Secondo le parole di sant’Agostino, egli è «superior summo meo et interior intimo meo – più intimo della mia parte più intima, più alto della mia parte più alta»131.

 

Dio conserva e regge la creazione

301     Dopo averla creata, Dio non abbandona a se stessa la sua creatura. Non le dona soltanto di essere e di esistere: la conserva in ogni istante nell’essere, le dà la facoltà di agire e la conduce al suo termine. Riconoscere questa completa dipendenza in rapporto al Creatore è fonte di sapienza e di libertà, di gioia, di fiducia:

Tu ami tutte le cose esistenti, e nulla disprezzi di quanto hai creato; se tu avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita (Sap 11,24-26).

 

V.     Dio realizza il suo disegno: la provvidenza divina

302     La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata “in stato di via” (“in statu viae”) verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione.

Dio conserva e governa con la sua Provvidenza tutto ciò che ha creato, “essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa” (Sap 8,1). Infatti “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” (Eb 4,13), anche quello che sarà fatto dalla libera azione delle creature”132.

 

303     La testimonianza della Scrittura è unanime: la sollecitudine della divina Provvidenza è concreta e immediata; essa si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia. Con forza, i Libri Sacri affermano la sovranità assoluta di Dio sul corso degli avvenimenti: “Il nostro Dio è nei cieli, egli opera tutto ciò che vuole” (Sal 115,3); e di Cristo si dice: “Quando egli apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre” (Ap 3,7); “Molte sono le idee nella mente dell’uomo, ma solo il disegno del Signore resta saldo” (Pr 19,21).

 

304     Spesso si nota che lo Spirito Santo, autore principale della Sacra Scrittura, attribuisce alcune azioni a Dio, senza far cenno a cause seconde. Non si tratta di “un modo di parlare” primitivo, ma di una maniera profonda di richiamare il primato di Dio e la sua signoria assoluta sulla storia e sul mondo133 educando così alla fiducia in lui. La preghiera dei salmi è la grande scuola di questa fiducia134.

 

305     Gesù chiede un abbandono filiale alla provvidenza del Padre celeste, il quale si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli: “Non affannatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo?” Che cosa indosseremo?..... Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,31-33)135.

 

La provvidenza e le cause seconde

306     Dio è il Padrone sovrano del suo disegno. Però, per realizzarlo, si serve anche della cooperazione delle creature. Questo non è un segno di debolezza, bensì della grandezza e della bontà di Dio onnipotente. Infatti Dio alle sue creature non dona soltanto l’esistenza, ma anche la dignità di agire esse stesse, di essere causa e principio le une delle altre, e di collaborare in tal modo al compimento del suo disegno.

 

307     Dio dà agli uomini anche il potere di partecipare liberamente alla sua provvidenza, affidando loro la responsabilità di “soggiogare” la terra e di dominarla136. In tal modo Dio fa dono agli uomini di essere cause intelligenti e libere per completare l’opera della creazione, perfezionandone l’armonia, per il loro bene e per il bene del loro prossimo. Cooperatori spesso inconsapevoli della volontà divina, gli uomini possono entrare deliberatamente nel piano divino con le loro azioni, le loro preghiere, ma anche con le loro sofferenze137. Allora diventano in pienezza “collaboratori di Dio” (1Cor 3,9) e del suo Regno138.

 

308     Dio agisce in tutto l’agire delle sue creature: è una verità inseparabile dalla fede in Dio Creatore. Egli è la causa prima che opera nelle cause seconde e per mezzo di esse: “È Dio infatti che suscita” in noi “il volere e l’operare secondo i suoi benevoli disegni” (Fil 2,13)139. Lungi dallo sminuire la dignità della creatura, questa verità la accresce. Infatti la creatura, tratta dal nulla dalla potenza, dalla sapienza e dalla bontà di Dio, niente può se è separata dalla propria origine, perché “la creatura senza il Creatore svanisce”140; ancor meno può raggiungere il suo fine ultimo senza l’aiuto della grazia141.

 

La provvidenza e lo scandalo del male

309     Se Dio Padre onnipotente, Creatore del mondo ordinato e buono, si prende cura di tutte le sue creature, perché esiste il male? A questo interrogativo tanto pressante quanto inevitabile, tanto doloroso quanto misterioso, nessuna risposta immediata potrà bastare. È l’insieme della fede cristiana che costituisce la risposta a tale questione: la bontà della creazione, il dramma del peccato, l’amore paziente di Dio che viene incontro all’uomo con le sue alleanze, con l’incarnazione redentrice del suo Figlio, con il dono dello Spirito, con la convocazione della Chiesa, con la forza dei sacramenti, con la vocazione ad una vita felice, alla quale le creature libere sono invitate a dare il loro consenso, ma alla quale, per un mistero terribile, possono anche sottrarsi. Non c’è un punto del messaggio cristiano che non sia, per un certo aspetto, una risposta al problema del male.

 

310     Ma perché Dio non ha creato un mondo a tal punto perfetto da non potervi essere alcun male? Nella sua infinita potenza, Dio potrebbe sempre creare qualcosa di migliore142. Tuttavia, nella sua sapienza e nella sua bontà infinite, Dio ha liberamente voluto creare un mondo “in stato di via” verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta, con la comparsa di certi esseri, la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi, insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione143.

 

311     Gli angeli e gli uomini, creature intelligenti e libere, devono camminare verso il loro destino ultimo per una libera scelta e un amore di preferenza. Essi possono, quindi, deviare. In realtà, hanno peccato. È così che nel mondo è entrato  il male morale, incommensurabilmente più grave del male fisico. Dio non è in alcun modo, né direttamente né indirettamente, la causa del male morale. Però, rispettando la libertà della sua creatura, lo permette e, misteriosamente, sa trarne il bene:

“Infatti Dio onnipotente…. essendo supremamente buono, non permetterebbe mai che un qualsiasi male esistesse nelle sue opere, se non fosse sufficientemente potente e buono da trarre dal male stesso il bene”145.

 

312     Così, col tempo, si può scoprire che Dio, nella sua Provvidenza onnipotente, può trarre un bene dalle conseguenze di un male, anche morale, causato dalle sue creature: “Non siete stati voi” dice Giuseppe ai suoi fratelli, “a mandarmi qui, ma Dio… se voi avete pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene... per far vivere un popolo numeroso” (Gn 45,8; 50,20)146. Dal più grande male morale che mai sia stato commesso, il rifiuto e l’uccisione del Figlio di Dio, causata dal peccato di tutti gli uomini, Dio, con la sovrabbondanza della sua grazia147, ha tratto i più grandi beni: la glorificazione di Cristo e la nostra Redenzione. Con ciò, però, il male non diventa un bene.

 

313     “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,28). La testimonianza dei santi non cessa di confermare questa verità:

Così santa Caterina da Siena dice a “coloro che si scandalizzano” e si ribellano davanti a ciò che loro capita: “Tutto viene dall’amore, tutto è ordinato alla salvezza dell’uomo, Dio non fa niente se non a questo fine”148.

E san Tommaso Moro, poco prima del martirio, consola la figlia: “Non accade nulla che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio”149.

E Giuliana di Norwich: “Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene .... “Tu stessa vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene”150.

 

314     Noi crediamo fermamente che Dio è Signore del mondo e della storia. Ma le vie della sua provvidenza spesso ci rimangono sconosciute. Solo alla fine, quando avrà termine la nostra conoscenza imperfetta e vedremo Dio “a faccia a faccia” (1Cor 13,12), conosceremo pienamente le vie lungo le quali, anche attraverso i drammi del male e del peccato, Dio avrà condotto la sua creazione fino al riposo di quel Sabato151 definitivo, in vista del quale ha creato il cielo e la terra.

 

In sintesi

315     Nella creazione del mondo e dell’uomo, Dio ha posto la prima e universale testimonianza del suo amore onnipotente e della sua sapienza, il primo annunzio del suo disegno di benevolenza”, che ha il suo fine nella nuova creazione in Cristo.

 

316     Sebbene l’opera della creazione sia particolarmente attribuita al Padre, è ugualmente verità di fede che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono il principio unico e indivisibile della creazione.

 

317     Dio solo ha creato l’universo liberamente, direttamente, senza alcun aiuto.

 

318     Nessuna creatura ha il potere infinito necessario per “creare” nel senso proprio del termine, cioè produrre e dare l’essere a ciò che non l’aveva affatto (chiamare all’esistenza ex nihilo” – dal nulla)152.

 

319     Dio ha creato il mondo per manifestare e per comunicare la sua gloria. Che le sue creature abbiano parte alla sua verità, alla sua bontà, alla sua bellezza: ecco la gloria per la quale Dio le ha create.

 

320     Dio, che ha creato l’universo, lo conserva nell’esistenza per mezzo del Verbo, suo Figlio che sostiene tutto con la potenza della sua parola” (Eb 1,3), e per mezzo dello Spirito Creatore che dà vita.

 

321     La divina Provvidenza consiste nelle disposizioni con le quali Dio, con sapienza e amore, conduce tutte le creature al loro fine ultimo.

 

322     Cristo ci esorta all’abbandono filiale alla provvidenza del nostro Padre celeste153 e l’apostolo san Pietro gli fa eco: gettate in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi” (1Pt 5,7)154.

 

323     La provvidenza divina agisce anche attraverso l’azione delle creature. Agli esseri umani Dio dona di cooperare liberamente ai suoi disegni.

 

324     Che Dio permetta il male fisico e morale è un mistero che egli illumina nel suo Figlio, Gesù Cristo, morto e risorto per vincere il male. La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene, per vie che conosceremo pienamente soltanto nella vita eterna.

 

 

 

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1                  Catechismo Romano, 1, 2, 2. - 2  Ibid. - 3   Cf Fil 2, 10-11. - 4               Cf Mc 12, 29-30. - 5           Cf Mc 12, 35-37. - 6           Concilio Lateranense IV (1215): DENZ.-SCHÖNM., 800. - 7               Cf. Gdc 13, 18.

9                  Cf. Es 32. - 10    Cf. Es 33, 12-17. - 11           Cf Es 34, 9. - 12    Cf. Is 44, 6. - 13    Cf Sal 85, 11. - 14 Cf. Dt 7, 98. - 15   Cf. Sap 13, 1-9. - 16             Cf. Sap 7, 17-21. - 17          Cf. Gv 17, 3. - 18            Cf. Dt  4, 37; 7, 8; 10, 15.

19                Cf. Is 43, 1-7. - 20             Cf Os 2. - 21           Cf. Os 11, 1. - 22   Cf. Is 49, 14-15. - 23            Cf. Is 62, 4-5. - 24 Cf. Ez 16; Os 11. - 25          Cf. 1Cor 2, 7-16; Ef 3, 9-12. - 26            SANTA GIOVANNA D’ARCO, Dictum.

27                Cf. Mt 5, 29-30; 16, 24; 19, 23-24. - 28       SAN NICOLAO DI FLÜE, Preghiera. - 29            (Santa Teresa di Gesù, Poesie, 30). - 30           (Tertulliano, Adversus Marcionem, 1, 3).

31                SANT’AGOSTINO, Sermones, 22, 6, 16: PL 38, 360. - 32      SAN CESAREO D’ARLES, Expositiosymboli (sermo 9): CCL 103, 48.

33                         Professione di fede del papa Virgilio nel 552: DENZ.-SCHÖNM., 415. - 34                   CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio catechistico generale, 43. - 35            Ibid., 47.

36                         Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM., 3015. - 37 (Cf Dt 32,6; Mt 2,10). - 38  (Cf 2Sam 7,14) - 39             (Cf Sal 68, 6). - 40                (Cf Is 66, 13; Sal 131,2). - 41                   (Cf Sal 27,10).

42                         (Cf Ef 3,14; Is 49,15). - 43                     (Denz. Schônm. 150). - 44   (Cf Gn 1, 2). - 45   (Cf Gv 14, 17). - 46        (Cf Gv 14,26). - 47               (Cf Gv 14,26; 15,26; 16,14). - 48     (Cf Gv 7,39).

49                (Denz. -Schönm., 150). - 50            Concilio di Toledo VI (638); Denz. -Schönm., 490. - 51            Concilio di Toledo XI (675); Denz. -Schönm., 527.  - 52            Denz. -Schönm., 150).

53                Concilio di Firenze: Denz. -Schönm., 1300-1301. - 54             Cf san Leone Magno, lettera Quam laudabiliter: DENZ.-SCHÖNM., 284. - 55          Cf Conc. Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2.

56                Conc. di Firenze (1439): DENZ.-SCHÖNM., 1302 - 57           Conc. di Firenze (1442): DENZ.-SCHÖNM., 1331. - 58        Cf Conc. di Lione II (1274): DENZ.-SCHÖNM., 850. - 59       (Cf 1Cor 12,4-6; Ef 4,4-6).

60                Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 2. - 61   Conc. Di Costantinopoli II (553): DENZ.-SCHÖNM., 421. - 62        Concilio di Toledo XI (675): DENZ.-SCHÖNM., 530.

63                Conc. Lateranense IV (1215): DENZ.-SCHÖNM., 804. - 64  Fides Damasi: DENZ.-SCHÖNM., 71. - 65          Conc. Di Toledo XI (675): DENZ.-SCHÖNM., 530.

66                         Conc. Lateranense IV (1215): DENZ.-SCHÖNM., 804. - 67  Conc. Di Toledo XI (675): DENZ.-SCHÖNM., 528. - 68          Conc. Di Firenze (1442): DENZ.-SCHÖNM., 1330. - 69          (Ibid., 1331).

70                San Gregorio Nazianzeno, Orationes, 40, 41: PG 36, 417. - 71              Liturgia delle Ore, Inno ai Vespri «O lux beata Trinitas». - 72   Cf Ef 1,9. - 73        Cf Conc, Ecum. Vat. II, Ad gentes, 2-9.

74                Cf Concilio di Costantinopoli II (533): Denz.-Schönm., 421. - 75             Concilio di Firenze (1442): Denz.-Schönm., 1331. - 76                      Cf 1Cor 8, 6. - 77  Concilio di Costantinopoli II, 553: Denz.-Schönm., 421.

78                Cf Gv 6,44. - 79 Cf Rm 8,14. - 80   Cf Gv 17, 21-23. - 81           Beata Elisabetta della Trinità, Preghiera. - 82      Cf.Gv 14, 26. - 83 SANT’AGOSTINO, De Trinitate, 15 26, 47.

84                Cf. PAOLO VI, Credo del popolo di Dio, 9. - 85        Simbolo «Quicumque»: DENZ.-SCHÖNM., 75. - 86          Cf. Gn 1, 1; Gv 1, 2. - 87     Cf. Mt 6, 9. - 88     Cf. 1Cor 1, 18. - 89            Cf. 32, 17; Lc 1, 37.

90                Cf. Ger 27, 5. - 91              Cf. Est 4, 17b; Prv 21, 1; Tb 13, 2. - 92           CF. Mt 6, 32. - 93            SAN TOMMASO D’ACQUINO,Summa theologiae, 1, 25, 5, ad 1. - 94  Cf. 2Cor 12, 9; Fil 4, 13.

95                Catechismo Romano, 1, 2, 13. - 96              Messale Romano, colletta della ventesima domenica. - 97   CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio catechistico generale, 51. - 98 Cf. Rm 8, 18-23.

99                Cf. ETERIA, Peregrinatio ad loca sancta, 46, PLS; 1, 1047; SANT’AGOSTINO, De catechizandis rudibus, 3, 5. - 100     Cf. Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM:, 3026. - 101        Cf. At 17, 24-29; Rm 1, 19-20.

102               Cf. Is 43, 1. - 103               Cf. Gn 15, 5; Ger 33, 19-26. - 104     Cf Is 44, 24. - 105  Cf.Sal 104. - 106Cf.Prv 8, 22-31. - 107        Simbolo di Nicea-Costantinopoli. - 108          Liturgia delle Ore, Inno «Veni,Creator Spiritus».

109               Liturgia Bizantina, Tropario dei Vespri di Pentecoste. - 110    Cf. Sal 35, 6; 104, 30; Gn 1, 2-3. - 111         SANT’IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, 2, 30, 9 E 20,1.

112               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM:, 3025. - 113               SAN BONAVENTURA, Inlibros sententiarum, 2. 1, 2, 2, 1. - 114       SAN TOMMASO D’ACQUINO, In libros sententiarum, 2, prol.

115               Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM:, 3002. - 116               SANT’IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, 4, 20, 7. - 117   CONC. ECUM. VAT. II, Ad gentes, 2. - 118   Cf. Sap 9, 9.

119               Cf. Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÖNM:, 3022. - 120         Cf. ibid., 3023-3024. - 121            Concilio Lateranense IV: DENZ.-SCHÖNM:, 800; Concilio Vaticano I: ibid. 3025.

122               SAN TEOFILO D’ANTIOCHIA, Ad Autolycum, 2, 4: PG 6, 1052.

123                      Cf sal 51,12. – 124 Cf Gn1, 3. – 125 Cf 2Cor 4, 6. – 126 Cf Gn 1, 26. – 127 Cf sal 19. 2-5. – 128 Cf Gb 42, 3. - 129 Cf san leone magno, Lettera Quam laudabiliter: DENZ.-SCHONM.,

286; Concilio di Braga I: ibid., 445-463; Concilio Lateranense IV: ibid., 800; Concilio di Firenze: ibid., 1333; Concilio Vaticano I: ibid., 3002. –

130               Cf Sir 43, 28. - 131 SANT'AGOSTINO, Confessione!, 3, 6, 11.  132 Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHONM, 3003. - 133 Cf Is 10, 5-15; 45, 5-7; D;32, 39; Sir 11, 14. - 134 Cf Sai 22,32; 35; 103; 1438; e.a. - 135 Cf Mt 10,29-31.

136               Cf Gn 1, 26-28. – 137 Cf  Col 1,24. – 138 Cf Col 4. 11. – 139 Cf 1Cor 12, 6. - 140 Cf Gn 1,26-28. -  137 Cf Col 1,24. -  138 Cf Col 4, 11. -  139 Cf 1 Cor 12,6. 142 gong ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 36. –

141                      Cf Mt 19, 26; Gv 15, 5; FU 4, 13. 142 Cf san tommaso d-aquino, Summa theologiae, I, 25, 6. - 143 Cf SAN TOMMASO D’AQUlNO, Summa contra gentiles, 3, 71. -

144                      Cf SANT'AGOSTINO, De libero arbitrio, 1, 1, 1:PL32, 1221-1223; san TOMMASO D'AQUINO, Stimma teologiae.l-II, 79, 1. - 145 SANT'AGOSTINO, Enchiridion de fide, spe et cariiate, 11, 3. -

146                      Cf Tb 2,12-18 vulg. - 147 Cf Rm 5,20. - 148 santa caterina da siena, Dialoghi, 4,138. - 149San Tommaso More, Lettera ad Alice Alington di Margaret Roper sul colloquio avuto in carcere coti il padre, cf Liturgia delle Ore, III, Ufficio delle letture del 22 giugno.

150                      Giuliana DI NORWICH, Rivelazioni dell'amore divino, 32. - 151 Cf Gn 2, 2.

 


 

Paragrafo 5

IL CIELO E LA TERRA

 

325     II Simbolo degli Apostoli professa che Dio è «il Creatore del ciclo e della terra», e il Simbolo di Nicea-Costantinopoli esplicita: «di tutte le cose visibili e invisibili».

 

326     Nella Sacra Scrittura, l'espressione «ciclo e terra» significa: tutto ciò che esiste, l'intera creazione. Indica pure, all'interno della creazione, il legame che ad un tempo unisce e distingue ciclo e terra: «La terra» è il mondo degli uomini155. «Il ciclo», o «i cicli», può in- 102 dicare il firmamento156, ma anche il 2W «luogo» proprio di Dio: il nostro «Padre che è nei cicli» (Mt 5, 16)157 e, di conseguenza, anche il «ciclo» che è la gloria escatologica. Infine, la parola «ciclo» «indica il «luogo» delle creature spirituali - gli angeli - che circondano Dio.

 

327     La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma che Dio «fin dal principio del tempo, creò dal nulla l'uno e l'altro ordine di creature, quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre; e poi l'uomo, quasi partecipe dell'uno e dell'altro, composto di anima e di corpo»158.

 

1.                     Gli angeli

L'esistenza degli angeli una verità di fede

328     L'esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l'unanimità della Tradizione.

 

Chi sono?

329     Sant'Agostino dice a loro riguardo: «Angelus officii nomen est, non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus - La parola angelo designa l'ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l'ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo»159. In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che «vedono sempre la faccia del Padre... che è nei cicli» (Mt 18, 10), essi sono «potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103, 20).

 

330     In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali160 e immortali161. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria162.

 

Cristo «con tutti i suoi angeli»

331     Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono «i suoi angeli»: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli…» (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: «Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cicli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: «Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?» (Eb 1,14).

 

332     Essi, fin dalla creazione163 e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre164, proteggono Lot165, salvano Agar e il suo bambino166, trattengono la mano di Abramo167; la Legge viene comunicata «per mano degli angeli» (At 1,53), essi guidano il Popolo di Dio168, annunziano nascite169 e vocazioni 17°, assistono i profeti171, per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l'angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù172.

 

333         Dall'Incarnazione all'Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall'adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1, 6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio...» (Lc 2,14). Essi proteggono l'infanzia di Gesù173, servono Gesù nel deserto174, lo confortano durante l'agonia175, quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici176 come un tempo Israele177. Sono ancora gli angeli che «evangelizzano» (Lc 2,10) annunziando la Buona Novella dell'Incarnazione178 e della Risurrezione179 di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano180, saranno là, al servizio del suo giudizio181.

 

Gli angeli nella vita della Chiesa

334         Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell'aiuto misterioso e potente degli angeli182.

 

335         Nella Liturgia, la Chiesa si i unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo183; invoca la loro assistenza (così nel «Supplices te rogamus...,» - Ti supplichiamo... - del Canone romano, o nell'«In Paradisum deducant te angeli...» - In Paradiso ti accompagnino gli angeli - della Liturgia dei defunti, o ancora nell'«Inno dei Cherubini» della Liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).

 

336         Dall'infanzia184 fino all'ora della morte185 la vita umana è circondata dalla loro protezione186 e dalla loro intercessione187. «Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita»188. Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

 

II        Il mondo visibile

337     E Dio che ha creato il mondo visibile in tutta la sua ricchezza, la sua varietà e il suo ordine. La Scrittura presenta simbolicamente l'opera del Creatore come un susseguirsi di sei giorni di «lavoro» divino, che terminano nel «riposo» del settimo giorno189. Il testo sacro, riguardo alla creazione, insegna verità rivelate da Dio per la nostra salvezza190, che consentono di «riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio»191.

338     Non esiste nulla che non deh ha la propria esistenza a Dio Creato re. Il mondo ha avuto inizio quando è stato tratto dal nulla dalla Parola di Dio; tutti gli esseri esistenti tutta la natura, tutta la storia umana si radicano in questo evento primordiale: è la genesi della forma zione del mondo e dell'inizio de tempo192.

 

339     Ogni creatura ha la sua propria bontà e la sua propria perfezione. Per ognuna delle opere dei «sei giorni» è detto: «E Dio vide che ciò era buono». «E dalla loro stessa condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine»193. Le varie creature, volute nel loro proprio essere, riflettono, ognuna a suo modo, un raggio dell'infinita sapienza e bontà di Dio. Per questo l'uomo deve rispettare la bontà propria di ogni creatura, per evitare un uso disordinato delle cose, che disprezza il Creatore e comporta conseguenze nefaste per gli uomini e per il loro ambiente.

 

340     L'interdipendenza delle creature è voluta da Dio. Il sole e la luna, il cedro e il piccolo fiore, l'aquila e il passero: le innumerevoli diversità e disuguaglianze stanno a significare che nessuna creatura basta a se stessa, che esse esistono solo in dipendenza le une dalle altre, per completarsi vicendevolmente, al servizio le une delle altre.

 

341     La bellezza dell'universo. L'ordine e l'armonia del mondo creato risultano dalla diversità degli esseri e dalle relazioni esistenti tra loro. L'uomo le scopre progressivamente come leggi della natura. Esse sono oggetto dell'ammirazione degli scienziati. La bellezza del­la creazione riflette la bellezza infinita del Creatore. Deve ispirare il rispetto e la sottomissione dell'intelligenza e della volontà dell'uomo.

 

342     La gerarchia delle creature è espressa dall'ordine dei «sei giorni», che va dal meno perfetto al più perfetto. Dio ama tutte le sue creature194, si prende cura di ognuna, perfino dei passeri. Tuttavia, Gesù dice: «Voi valete più di molti passeri»  (Lc  12,6-7),  o  ancora: «Quanto è più prezioso un uomo di una pecora!» (Mt 12,12).

 

343     L'uomo è il vertice dell'opera della creazione. Il racconto ispirato lo esprime distinguendo nettamente la creazione dell'uomo da quella delle altre creature195.

 

344     Esiste una solidarietà fra tutte le creature per il fatto che tutte hanno il medesimo Creatore e tutte sono ordinate alla sua gloria:

Laudato si, mi Signore,

cun tutte le tue creature,

spazialmente messer lo frate Sole

lo quale è iorno, e allumini noi per lui.

Ed ello è bello e radiante

cun grande splendore:

de te, Altissimo, porta significazione...

Laudato si, mi Signore,

per sora Aqua,

la quale è molto utile e umile

e preziosa e casta....

Laudato si, mi Signore,

per sora nostra matte Terra,

la quale ne sustenta e governa

e produce diversi fructi

con coloriti fiori ed erba....

Laudate e benedicite mi Signore,

e rengraziate e serviteli

cun grande umiliate196.

 

345     II Sabato -fine dell'opera dei «sei giorni». Il testo sacro dice che «Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto» e così «furono portati a compimento il cielo e la terra»; Dio «cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro», «benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (Gn 2,1-3). Queste parole ispirate sono ricche di insegnamenti salutari:

 

346     Nella creazione Dio ha posto un fondamento e delle leggi che restano stabili197, sulle quali il credente potrà appoggiarsi con fiducia, e che saranno per lui il segno e il pegno della incrollabile fedeltà dell'Alleanza di Dio198. Da parte sua, l'uomo dovrà rimaner fedele a questo fondamento e rispettare le leggi che il Creatore vi ha inscritte.

 

347     La creazione è fatta in vista del Sabato e quindi del culto e dell'adorazione di Dio. Il culto è inscritto nell'ordine della creazione199. «Operi Dei nihil praeponatur» - Nulla si anteponga all’«Opera di Dio», dice la Regola di san Benedetto, indicando in tal modo il giusto ordine delle preoccupazioni

 

348     II Sabato è al cuore della Legge di Israele. Osservare i comandamenti equivale a corrispondere alla sapienza e alla volontà di Dio 2 espresse nell'opera della creazione.

 

349     L'ottavo giorno. Per noi, però é sorto un giorno nuovo: quello della Risurrezione di Cristo. Il settimo giorno porta a termine la prima creazione. L'ottavo giorno da inizio alla nuova creazione. Così, l'opera della creazione culmina nell'opera più grande della Redenzione. La prima creazione trova il suo senso e il suo vertice nella nuova creazione in Cristo, il cui splendore supera quello della prima200.

 

In sintesi

350     Gli angeli sono creature spirituali che incessantemente glorificano Dio e servono i suoi disegni salvifici nei confronti delle altre creature: «Ad omnia bona nostra cooperantur angeli - Gli angeli cooperano ad ogni nostro bene»201.

 

351     Gli angeli circondano Cristo, loro Signore. Lo servono soprattutto nel compimento della sua missione di salvezza per tutti gli uomini.

 

352     La Chiesa venera gli angeli che l'aiutano nel suo pellegrinaggio terreno, e che proteggono ogni essere umano.

 

353     Dio ha voluto la diversità delle sue creature e la loro bontà propria, la loro interdipendenza, il loro ordine. Ha destinato tutte le creature materiali al bene del genere umano. L'uomo, e attraverso lui l'intera Creazione, sono destinati alla gloria di Dio.

 

354     Rispettare le leggi inscritte nella natura delle cose, è un principio di saggezza e un fondamento della morale. l'uomo

 

355     «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). L'uomo, nella creazione, occupa un posto unico: egli è «a immagine di Dio» (I); nella sua natura unisce il mondo spirituale e il mondo materiale (II); è creato «maschio e femmina» (III); Dio l'ha stabilito nella sua amicizia (IV).

 

1.                     «A immagine di Dio»

356     Di tutte le creature visibili, soltanto l'uomo è «capace di conoscere e di amare il proprio Creatore»202; «è la sola creatura che Dio; abbia voluto per se stessa»203; soltanto l'uomo è chiamato a condividere, nella conoscenza e nell'amore, la vita di Dio. A questo fine è stato creato ed è questa la ragione fondamentale della sua dignità. Quale fu la ragione che tu ponessi l'uomo in tanta dignità? Certo l'amore inestimabile con il quale hai guardato in te medesimo la tua creatura e ti sei innamorato di lei; per amore infatti tu l'hai creata, per amore tu le hai dato un essere capace di gustare il tuo Bene eterno.

 

357     Essendo ad immagine di Dio, l'individuo umano ha la dignità di persona non è soltanto qualche cosa, ma qualcuno. È capace di conoscersi, di possedersi, di liberamente donarsi e di entrare in comunione con altre persone; è chiamato, per grazia, ad una alleanza con il suo Creatore, a dargli una risposta di fede e di amore che nessun altro può dare in sua sostituzione.

 

358     Dio ha creato tutto per l'uomo205, ma l'uomo è stato creato per servire e amare Dio e per offrirgli tutta la creazione: Qua! è dunque l'essere che deve venire all'esistenza circondato di una tale considerazione? E l'uomo, grande e meravigliosa figura vivente, più prezioso agli occhi di Dio dell'intera creazione: è l'uomo, è per lui che esistono il cielo e la terra e il mare e la totalità della creazione, ed è alla sua salvezza che Dio ha dato tanta importanza da non risparmiare, per lui, neppure il suo Figlio Unigenito. Dio infatti non ha mai cessato di tutto mettere in atto per far salire l'uomo fino a sé e farlo sedere alla sua destra206.

 

359     «In realtà solamente nel Mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo»207. Il beato Apostolo ci ha fatto sapere che due uomini hanno dato principio al genere umano, Adamo e Cristo... «Il primo uomo, Adamo, - dice - divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita». Quel primo fu creato da quest'ultimo, dal quale ricevette l'anima per vivere... Il secondo Adamo plasmò il primo e gli impresse la propria immagine. E così avvenne poi che egli ne prese la natura e il nome, per non dover perdere ciò che egli aveva fatto a sua immagine. C'è un primo Adamo e c'è un ultimo Adamo. Il primo ha un inizio, l'ultimo non ha fine. Proprio quest'ultimo infatti è veramente il primo, dal momento che dice: «Sono io, io solo, il primo e anche l'ultimo:

 

360     Grazie alla comune origine il genere umano forma una unità. Dio infatti «creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini» (At 17, 26) 209: Meravigliosa visione che ci fa contemplare il genere umano nell'unità della sua origine in Dio...; nell'unità della sua natura, composta ugualmente presso tutti di un corpo materiale e di un'anima spirituale; nell'unità del suo fine immediato e della sua missione nel mondo; nell'unità del suo «habitat»: la terra, dei cui beni tutti gli uomini, per diritto naturale, possono usare per sostentare e sviluppare la vita; nell'unità del suo fine soprannaturale: Dio stesso, al quale tutti devono tendere; nell'unità dei mezzi per raggiungere tale fine;... nell'unità del suo riscatto operato per tutti da Cristo210.

 

361     «Questa legge di solidarietà umana e di carità»211, senza escludere la ricca varietà delle persone, delle culture e dei popoli, ci assicura che tutti gli uomini sono veramente fratelli.

 

II.       «Corpore et anima unus» - Unità di anima e di corpo

362     La persona umana, creata a immagine di Dio, è un essere insieme corporeo e spirituale. Il racconto biblico esprime questa realtà con un linguaggio simbolico, quando dice che «Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l'uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,7). L'uomo tutto intero è quindi voluto da Dio.

 

363     Spesso, nella Sacra Scrittura, i il termine anima indica la vita umana212, oppure tutta la persona umana213. Ma designa anche tutto ciò che nell'uomo vi è di più intimo214 e di maggior valore215, ciò per cui più particolarmente egli è immagine di Dio: «anima» significa il principio spirituale nell'uomo.

 

364     Il corpo dell'uomo partecipa alla dignità di «immagine di Dio»: è corpo umano proprio perché è animato dall'anima spirituale, ed è la persona umana tutta intera ad essere destinata a diventare, nel Corpo di Cristo, il tempio dello Spirito216.

Unità di anima e di corpo l'uomo sintetizza in sé, per la sua stessa condizione corporale, gli elementi del mondo materiale, così che questi attraverso di lui toccano il loro vertice e prendono voce per lodare in libertà il Creatore. Allora, non è lecito all'uomo disprezzare la vita corporale; egli anzi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo, appunto perché creato da Dio e destinato alla risurrezione nell'ultimo giorno217.

 

365     L'unità dell'anima e del corpo è così profonda che si deve considerare l'anima come la «forma» del corpo218; ciò significa che grazie all'anima spirituale il corpo composto di materia è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell'uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un'unica natura.

 

,366    La Chiesa insegna che ogni anima spirituale è creata direttamente da Dio219 - non è «prodotta» dai genitori - ed è immortale220: essa non perisce al momento della sua separazione dal corpo nella morte, e di nuovo si unirà al corpo al momento della risurrezione finale.

 

367     Talvolta si da il caso che l'anima sia distinta dallo spirito. Così san Paolo prega perché il nostro essere tutto intero, «spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore» (1Ts 5,23). La Chiesa insegna che tale distinzione non introduce una dualità nell'anima221. «Spirito» significa che sin dalla sua creazione l'uomo è ordinato al suo fine soprannaturale222, e che la sua anima è capace di essere gratuitamente elevata alla comunione con Dio223.

 

368     La tradizione spirituale della Chiesa insiste anche sul cuore, nel senso biblico di «profondità dell'essere»224, dove la persona si decide o no per Dio

 

2.                     «Maschio e femmina li creò»

Uguaglianza e diversità volute da Dio

369     L'uomo e la donna sono creati, cioè sono voluti da Dio, in una perfetta uguaglianza per un verso, in quanto persone umane, e, per l'altro verso, nel loro rispettivo essere di maschio e di femmina. «Essere uomo», «essere donna» è una realtà buona e voluta da Dio: l'uomo e la donna hanno una insopprimibile dignità, che viene loro direttamente da Dio, loro Creatore226. L'uomo e la donna sono, con una identica dignità, «a immagine di Dio». Nel loro «essere uomo» ed «essere donna», riflettono la sapienza e la bontà del Creatore.

 

370     Dio non è a immagine dell'uomo. Egli non è né uomo né donna. Dio è puro spirito, e in lui, perciò, non c'è spazio per le differenze di sesso. Ma le «perfezioni» dell'uomo e della donna riflettono qualche cosa dell'infinita perfezione di Dio: quelle di una madre227 e quelle di un padre e di uno Sposo228.

 

«L'uno per l'altro» — «una unità a due»

371     Creati insieme, l'uomo e la donna sono voluti da Dio l'uno 1605 per l'altro. La Parola di Dio ce lo lascia capire attraverso diversi passi del testo sacro. «Non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (Gn 2,18). Nessuno degli animali può essere questo   «vis-a-vis»   dell'uomo229. La donna che Dio «plasma» con la cestola tolta all'uomo e che conduce all'uomo, strappa all'uomo un grido d'ammirazione, un'esclamazione d'amore e di comunione: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 2,23). L'uomo scopre la donna come un altro «io», della stessa umanità.

 

372     L'uomo e la donna sono fatti «l'uno per l'altro»: non già che Dio li abbia creati «a metà» ed «incompleti»; li ha creati per una comunione di persone, nella quale ognuno può essere «aiuto» per l'altro, perché sono ad un tempo uguali in quanto persone («osso dalle mie ossa...») e complementari in quanto maschio e femmina. Nel matrimonio, Dio li unisce in modo che, formando «una sola carne» (Gn 2,24), possano trasmettere la vita 1652; umana: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra» (Gn 1,28). Trasmettendo ai loro figli la vita umana, l'uomo e la donna, come sposi e genitori, cooperano in un modo unico all'opera del Creatore230.

 

373     Nel disegno di Dio, l'uomo e la donna sono chiamati a «dominare» la terra231 come «amministratori» di Dio. Questa sovranità non deve essere un dominio arbitrario e distruttivo. A immagine del Creatore, «che ama tutte le cose esistenti» (Sap 11, 24), l'uomo e la donna sono chiamati a partecipare alla Provvidenza divina verso le altre creature. Da qui la loro responsabilità nei confronti del mondo che Dio ha loro affidato.

 

IV       L'uomo nel Paradiso

374     II primo uomo non solo è stato creato buono, ma è stato anche costituito in una tale amicizia con il suo Creatore e in una tale armonia con se stesso e con la creazione, che saranno superate soltanto dalla gloria della nuova creazione in Cristo.

 

375     La Chiesa, interpretando autenticamente il simbolismo del linguaggio biblico alla luce del Nuovo Testamento e della Tradizione, insegna che i nostri progenitori Adamo ed Eva sono stati costituiti in uno stato «di santità e di giustizia originali»232. La grazia della santità originale era una «partecipazione alla vita divina»233.

 

376     Tutte le dimensioni della vita dell’uomo erano potenziate dall'irradiamento di questa grazia. Finché fosse rimasto nell'intimità divina, l'uomo non avrebbe dovuto né morire234, né soffrire235. L'armonia interiore della persona umana, l'armonia tra l'uomo e la donna236, infine l'armonia tra la prima coppia e tutta la creazione costituiva la condizione detta «giustizia originale».

 

377     II «dominio» del mondo che Dio, fin dagli inizi, aveva concesso all'uomo, si realizzava innanzi tutto nell'uomo stesso come padronanza di sé. L'uomo era integro e ordinato in tutto il suo essere, perché libero dalla triplice concupiscenza237 che lo rende schiavo dei piaceri dei sensi, della cupidigia dei beni terreni e dell'affermazione di sé contro gli imperativi della ragione.

 

378     II segno della familiarità dell'uomo con Dio è il fatto che Dio lo colloca nel giardino238, dove egli vive «per coltivarlo e custodirlo» (Gn 2,15): il lavoro non è una fatica penosa239, ma la collaborazione dell'uomo e della donna con Dio nel portare a perfezione la creazione visibile. Per il peccato dei nostri progenitori andrà perduta tutta l'armonia della giustizia originale che Dio, nel suo disegno, aveva previsto per l'uomo.

 

In sintesi

380     «Padre santo, ... a tua immagine hai formato l'uomo, alle sue mani operose hai affidato l'universo,  perché, nell’obbedienza a te, suo Creatore, esercitasse il dominio sul creato»240.

 

381     L'uomo è predestinato a riprodurre l'immagine del figlio di Dio fatto uomo - «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15) affinché Cristo sia il primogenito di una moltitudine di fratelli e sorelle241.

 

382     L'uomo è «unità di anima e di corpo»242. La dottrina della fede afferma che l'anima spirituale e immortale è creata direttamente da Dio.

 

383     «Dio non creò l'uomo lasciandolo solo: fin da principio "maschio e femmina li creò" (Gn 1,27), e la loro unione costituisce la prima forma di comunione di persone»243.

 

384     La Rivelazione ci fa conoscere lo stato di santità e di giustizia originali dell'uomo e della donna prima del peccato: dalla loro amicizia con Dio derivava la felicità della loro esistenza nel Paradiso.

 

Paragrafo 7

la caduta

 

385     Dio è infinitamente buono e tutte le sue opere sono buone. Tuttavia nessuno sfugge all'esperienza della sofferenza, dei mali presenti nella natura - che appaiono legati ai limiti propri delle creature - e soprattutto al problema del male morale. Da dove viene il male? «Quaerebam unde malum et non erat exitus - Mi chiedevo donde il male, e non sapevo darmi risposta», dice sant'Agostino244, e la sua sofferta ricerca non troverà sbocco che nella conversione al Dio vivente. Infatti «il mistero dell'iniquità» (2Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del «Mistero della pietà» (1Tm 3,16). La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia245. Dobbiamo, dunque, affrontare la questione dell'origine del male, tenendo fisso lo sguardo della nostra fede su colui che, solo, ne è il vincitore246.

 

I          «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia»

La realtà del peccato

386     Nella storia dell'uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo o di dare altri nomi a questa oscura realtà. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzitutto riconoscere il profondo legame dell'uomo con Dio, perché, al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell'uomo e sulla storia.

 

387     La realtà del peccato, e più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della Rivelazione divina. Senza la conoscenza di Dio che essa ci da, non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l'inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull'uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente.

 

Il peccato originale - una verità essenziale della fede

388     Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà 431 del peccato. Sebbene il Popolo di Dio dell'Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia 208 della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, significato che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della Risurrezione di Gesù Cristo247. Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere «il mondo quanto al peccato» (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.

 

389     La dottrina del peccato originale è, per così dire, «il rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo248, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al Mistero di Cristo.

 

Per leggere il racconto della caduta

390     II racconto della caduta (Gn 3)  utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all'inizio della storia dell'uomo™. La Rivelazione ci da la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori.

 

3.                     La caduta degli angeli

391     Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c'è una voce seduttrice, che si oppone a Dio251, la quale, per invidia, li fa cadere nella morte252. La Scrittura e la Tradizione della .Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo253. La Chiesa insegna che all'inizio era un angelo buono, creato da Dio. «Diabolus enim et alii daemones a Deo quidem natura creati sunt boni, sed ipsi per se facti sunt mali -II diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi»254.

 

392     La Scrittura parla di un pecca- in  questi angeli255. Tale «caduta» consiste nell'avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 2482 8,44). Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3, 8). Di queste opere, la più grave nelle  sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

 

393     A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato e il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell'infinita misericordia divina. «Non c'è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c'è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte»256.

 

394     La Scrittura attesta la nefasta influenza di colui che Gesù chiama omicida fin  dal principio»  (Gv 8,44), e che ha perfino tentato di 538-distogliere Gesù dalla missione affidatagli dal Padre257. «Il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3, 8). Di queste opere, la più grave nelle sue conseguenze è stata la seduzione menzognera che ha indotto l'uomo a disobbedire a Dio.

 

395     La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l'edificazione del Regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo Regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina Provvidenza, la quale guida la storia dell'uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell'attività diabolica è un grande mistero, ma «noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm8,28).

 

4.                     Il peccato originale

La prova della libertà

396     Dio ha creato l'uomo a sua immagine e l'ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l'uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all'uomo di mangiare dell'albero della conoscenza del bene e del male, «perché quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,17). «L'albero della conoscenza del bene e del male» (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l'uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L'uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l'uso della libertà.

 

Il primo peccato dell'uomo

397     L'uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore258 e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell'uomo259. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.

 

398     Con questo peccato, l'uomo a preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Creato in uno stato di santità, l'uomo era destinato ad essere pienamente «divinizzato» da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare «come Dio»260, ma «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio»261.

 

399     La Scrittura mostra le conseguenze drammatiche di questa prima disobbedienza. Adamo ed Eva perdono immediatamente la grazia della santità originale262. Hanno paura di quel Dio263 di cui si son fatti una falsa immagine, quella cioè di un Dio geloso delle proprie prerogative264.

 

400     L'armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell'anima sul corpo è infranta265: l'unione dell'uomo e della donna è sottoposta a tensioni266; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all'asservimenlo267. L'armonia con la creazione è spezzata: la creazione visibile è diventata aliena e ostile all'uomo268. A causa dell'uomo, la creazione è «sottomessa alla caducità» (Rm 8,20). Infine, la conseguenza esplicitamente annunziata nell'ipotesi della disobbedienza269 si realizzerà: l'uomo tornerà in polvere, quella polvere dalla quale è stato tratto270. La morte entra nella storia dell'umanità271.

 

401     Dopo questo primo peccato, il mondo è inondato da una vera «invasione» del peccato: il fratricidio commesso da Caino contro Abele272, la corruzione universale quale conseguenza del peccato273; nella storia d'Israele, il peccato si manifesta frequentemente soprattutto come infedeltà al Dio dell'Alleanza e come trasgressione della Legge di Mosè; anche dopo la Redenzione di Cristo, fra i cristiani, il peccato si manifesta in svariati modi274. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa richiamano continuamente la presenza e l'universalità del peccato nella storia dell'uomo:

Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l'uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal Creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l'uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create275.

 

Conseguenze del peccato di Adamo per l'umanità

402     Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo. San Paolo lo afferma: «Per la disobbedienza di uno solo, tutti sono stati costituiti peccatori» (Rm 5,19); «Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato...» (Rm5,12). All'universalità del peccato e della morte l'Apostolo contrappone l'universalità della salvezza in Cristo: «Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che da vita» (Rm 5,18).

 

403     Sulle orme di san Paolo la chiesa ha sempre insegnato che l'immensa miseria che opprime gli uomini e la loro inclinazione al male e alla morte non si possono comprendere senza il loro legame con la colpa di Adamo e prescindendo dal fatto che egli ci ha trasmesso un peccato dal quale tutti nasciamo contaminati e che è «morte dell'anima»276. Per questa certezza di fede, la Chiesa amministra il Battesimo per la remissione dei peccati anche ai bambini che non hanno commesso peccati personali277.

 

404     In che modo il peccato di "Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo «sicut unum corpus unius hominis - come un unico corpo di un unico uomo»278. Per questa «unità del genere umano» tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutta la natura umana: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta™. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato «peccato» in modo analogico: è un peccato «contratto» e non «commesso», uno stato e non un atto.

 

405     II peccato originale, sebbene proprio a ciascuno280, in nessun discendente di Adamo ha un carattere di colpa personale. Consiste nella privazione della santità e della giustizia originali, ma la natura umana non è interamente corrotta: è ferita nelle sue proprie forze naturali, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza e al potere della morte, e inclinata al peccato (questa inclinazione al male è chiamata «concupiscenza»). Il Battesimo, donando la vita della grazia di Cristo, cancella il peccato originale e volge di nuovo l'uomo verso Dio; le conseguenze di tale peccato sulla natura indebolita e incline al male rimangono nell'uomo e lo provocano al combattimento spirituale.

 

406     La dottrina della Chiesa sulla missione del peccato originale è andata precisandosi soprattutto nel V secolo, in particolare sotto la spinta della riflessione di sant'Agostino contro il pelagianesimo, e nel XVI secolo, in opposizione alla Riforma protestante. Pelagio riteneva che l'uomo, con la forza naturale della sua libera volontà, senza l'aiuto necessario della grazia di Dio, potesse condurre una vita moralmente buona; in tal modo riduceva l'influenza della colpa di Adamo a quella di un cattivo esempio. Al contrario, i primi riformatori protestanti insegnavano che l'uomo era radicalmente pervertito e la sua libertà annullata dal peccato delle origini; identificavano il peccato ereditato da ogni uomo con l'inclinazione al male («concupiscentia») che sarebbe invincibile. La Chiesa si è pronunciata sul senso del dato rivelato concernente il peccato originale soprattutto nel II Concilio di Grange nel 529281 e nel Concilio di Trento nel 1546282.

 

Un duro combattimento

407     La dottrina sul peccato originale - connessa strettamente con quella della Redenzione operata da Cristo - offre uno sguardo di lucido discernimento sulla situazione dell'uomo e del suo agire nel mondo. In conseguenza del peccato dei progenitori, il diavolo ha acquisito un certo dominio sull'uomo, benché questi rimanga libero. Il peccato originale comporta «la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo»283. Ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale284 e dei costumi.

 

408     Le conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l'espressione di san Giovanni: «il peccato del mondo» (Gv 1,29). Con questa espressione viene anche significata l'influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini285.

 

409     La drammatica condizione del mondo che «giace» tutto «sotto il potere del maligno» (1Gv 5,19)286, fa della vita dell'uomo una lotta:

Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall'origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l'uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua ulteriore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l'aiuto della grazia di Dio287.

 

IV.      «Tu non l'hai abbandonato in potere della morte»

410     Dopo la caduta, l'uomo non è stato abbandonato da Dio. Al contrario, Dio lo chiama288, e gli predice in modo misterioso che il male sarà vinto e che l'uomo sarà sollevato dalla caduta289. Questo passo della Genesi è, stato chiamato «Protovangelo», poiché è il primo annunzio del Messia redentore, di una lotta tra il serpente e la Donna e della vittoria finale di un discendente di lei.

 

411     La Tradizione cristiana vede in questo passo un annunzio del «nuovo Adamo»290, che, con la sua obbedienza «fino alla morte di croce» (Fil 2, 8) ripara sovrabbondantemente la disobbedienza di Adamo291. Inoltre, numerosi Padri e dottori della Chiesa vedono nella Donna annunziata nel «protovangelo» la Madre di Cristo, Maria, come «nuova Eva». Ella è stata colei che, per prima e in una maniera unica, ha beneficiato della vittoria sul peccato riportata da Cristo: è stata preservata da ogni macchia del peccato originale292 e, durante tutta la sua vita terrena, per una speciale grazia di Dio, non ha commesso alcun peccato293.

 

412     Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: «L'ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l'invidia del demonio ci aveva privati»294. E san Tommaso d'Aquino: «Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata destinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: "Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia" (Rm 5,20). E il canto deU'Exultet: "O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!"»295.

 

In sintesi

413     «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi... La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 1,13; 2,24).

 

414     Satana o il diavolo e gli altri demoni sono angeli decaduti per avere liberamente rifiutato di servire Dio e il suo disegno. La loro scelta contro Dio è definitiva. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio.

 

415     «Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l'uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della sua libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio»2%.

 

416     Per il suo peccato, Adamo, m quanto primo uomo, ha perso la santità e la giustizia originali che aveva ricevute da Dio non soltanto per sé, ma per tutti gli esseri umani.

 

417     Adamo ed Eva alla loro discendenza hanno trasmesso la natura umana ferita dal loro primo peccato, privata, quindi, della santità e della giustizia originali. Questa privazione è chiamata «peccato originale».

 

418     In conseguenza del peccato originale, la natura umana è indebolita nelle sue forze, sottoposta all'ignoranza, alla sofferenza, al potere della morte, e inclinata al peccato (inclinazione che è chiamata «concupiscenza»).

 

419     «Noi dunque riteniamo, con il concilio di Trento, che il peccato originale viene trasmesso insieme con la natura umana, "non per imitazione ma per propagazione", e che perciò è "proprio a ciascuno"»291.

 

420     La vittoria sul peccato riportata da Cristo ci ha donato beni migliori di quelli che il peccato ci aveva tolto. «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm5,20).

 

421     Secondo la fede dei cristiani, questo mondo è stato «creato» ed è «conservato nell'esistenza dall'amore del Creatore», questo mondo è «certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma liberato da Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno...»298.

 

152            Cf congregazione per l'educazione cattolica, Decreto del 27 luglio 1914, Theses approbatae philosopbiae tomisticae: denz. schònm., 3624. - 153 Cf Mt 6, 26-34. - 154 Cf Sal 55, 23. – 155 Cf Sal 115, 16. - 156 Cf Sal 19, 2.

157            Cf Sal 115, 16. - 158 Concilio Lateranense IV: DENZ.-SCHÒNM., 800; cf Concilio Vaticano I: ibid., 3002 e paolo VI, Credo del popolo di Dio, 8. - 159 SANT'AGOSTINO, Enarratio in Psalmos, 103, 1, 15.

16°       Cf PIO XII, Leti. enc. Humani generis: DENZ.-ScHÒNM, 3891. -161 Cf Lc 20, 36. - 162 Cf Dn 10, 9-12. - 163 Cf Gb 38, 7. - 164 Cf Gn 3,24. 165 Cf Gn 19. - 166 Cf Gn 21, 17. - 167 Cf Gn 22, 11.

168            Cf Es 23, 20-23. - 169 Cf Gdc 13. - 17° Cf Gdc 6, 11-24; Is 6, 6. - 171 Cf 1 Re 19,5. 172 Cf lc  1, 11.26.- 173 Cf Mt 1,20; 2, 13.19.- 174 Ci Mc 1, 12; Mt  4, 11.- 175Cf Lc 22.43.-176 Cf Mt 26,53.-177 Cf 2Mac 10, 29-30; 11, 8.

178            Cf Lc 2, 8-14. - 179 Cf Mc 16, 5-7. - 18° Cf At, 10-11. -181 Cf Mt 13,41; 25,31; Lc 12, 8-9.- 182 CI At 5, 18-20; 8, 26-29; 10, 3-8; 12, 6-11; 27, 23-25. - 1S3 Messale Romano, «Sanctus». - 184 Cf Mt 18,10.-185 Cf Lc 16,22.

186            Cf Sal 34, 8; 91, 10-13. - 187 Cf Gb 33,23-24; Zc 1, 12; Tb 12, 12. - 188 san Basilio di Cesarea, Adversus Eunomium, 3, 1: PG 29, 656B. 189 Cf Gn 1, 1-2,4. – 190 Cf CONG. ECUM. VAT. Ti, Dei Verbum, 11.

191            CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 36. 192 Cf SANT'AGOSTINO, De Genesi cantra Manichaeos, 1,2 4 PL 35 175 - I93 CONC ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 36. - 194 Cf SaL 145, 9. - 195 Cf Gn 1, 26.

196            San Francesco D’Assisi, Cantico delle Creature. - 197 Cf Eb 4,3-4. - 198 Cf Ger 31, 35-37; 33, 19-26.- 199 Cf Gn 1, 14. - 200 Cf Messale Romano, Veglia Pasquale: orazione dopo la prima lettura.

201            SAN TOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, I, 114, 3, ad 3. - 202       CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 12. - 203 Ibid., 24.

204            santa caterina da siena, Dialoghi, 4, 13, cf Liturgia delle Ore, IV, Ufficio delle letture della diciannovesima domenica.  205 Cf CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 12; 24; 39.

206            SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, Sermone in Genesim, 2, 1: PG 54, 587D-588A. - 207 CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 22.

208            SAN PIETRO CRISOLOGO, Sermones, 117: PL 52, 520B, cf Liturgia delle ore, IV, Ufficio delle letture del sabato della ventinovesima settimana. - 209 Cf Tb 8, 6. – 210 Pio XII, Lett. enc. Summi Pontificatus; cf gong. ECUM. VAT. II, Nostra aetate, 1.

 


 

Capitolo Secondo

CREDO IN GESÙ CRISTO IL FIGLIO UNIGENITO DI DIO

 

La Buona Novella: Dio ha mandato il suo Figlio

422     «Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4, 4-5). Ecco la Buona Novella riguardante «Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Mc 1,1): Dio ha visitato il suo popolo1, ha adempiuto le promesse fatte ad Abramo ed alla sua discendenza2; ed è andato oltre ogni attesa: ha mandato il suo «Figlio prediletto» (Mc 1, 11).

 

423     Noi crediamo e professiamo che Gesù di Nazaret, nato ebreo da una figlia d'Israele, a Betlemme, al tempo del re Erode il Grande e dell'imperatore Cesare Augusto, di mestiere carpentiere, morto crocifisso a Gerusalemme, sotto il procuratore Ponzio Filato, mentre regnava l'imperatore Tiberio, è il Figlio eterno di Dio fatto uomo, il quale è «venuto da Dio» (Gv 13, 3), «disceso dal cielo» (Gv 3, 13; 6, 33), «venuto nella carne» (1Gv 4, 2); infatti «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità... Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Gv 1, 14.16).

 

424     Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesù, crediamo e confessiamo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). Sulla roccia di questa fede, confessata da san Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa3.

 

«Annunziare...

le imperscrutabili ricchezze

di Cristo» (Ef 3, 8)

 

425     La trasmissione della fede cristiana è innanzitutto l'annunzio di Gesù Cristo, allo scopo di condurre alla fede in lui. Fin dall'inizio, i primi discepoli sono stati presi dal desiderio ardente di annunziare Cristo: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4, 20). Essi invitano gli uomini di tutti i tempi ad entrare nella gioia della loro comunione con Cristo:

Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta (1Gv 1,1-4).

 

Al centro della catechesi: Cristo

 

426     «Al centro della catechesi noi troviamo essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazaret, unigenito del Padre..., il quale ha sofferto ed è morto per noi e ora, risorto, vive per sempre con noi... Catechizzare... è, dunque, svelare nella persona di Cristo l'intero disegno di Dio... E cercare di comprendere il significato dei gesti e delle parole di Cristo, dei segni da lui operati»4. Lo scopo della catechesi: «Mettere... in comunione... con Gesù Cristo: egli solo può condurre all'amore del Padre nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa Trinità»5.

 

427     «Nella catechesi è Cristo, Verbo incarnato e Figlio di Dio, che viene insegnato, e tutto il resto è in riferimento a lui;... solo Cristo insegna, mentre ogni altro lo fa nella misura in cui è il suo portavoce, consentendo a Cristo di insegnare per bocca sua... Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Gv 1,16)»6.

 

428     Colui che è chiamato a «insegnare Cristo», deve dunque cercare innanzi tutto quel guadagno che è la «sublimità della conoscenza di Cristo»; bisogna accettare di perdere tutto, «al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui», e di «conoscere lui, la potenza della sua Risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti» (Fil 3, 8-11).

 

429     Da questa amorosa conoscenza di Cristo nasce irresistibile desiderio di annunziare, di «evangelizzare», e di condurre altri al «sì» della fede in Gesù Cristo. Nello stesso tempo si fa anche sentire il bisogno di conoscere sempre meglio questa fede. A tal fine, seguendo l'ordine del Simbolo della fede, saranno innanzi tutto presentati i principali titoli di Gesù: Cristo, Figlio di Dio, Signore (articolo 2). Il Simbolo successivamente confessa i principali misteri della vita di Cristo: quelli della sua Incarnazione (articolo 3), quelli della sua Pasqua (articoli 4 e 5), infine quelli della sua glorificazione (articoli 6 e 7).

 

Articolo 2

«E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE»

I.     Gesù

430     Gesù in ebraico significa: salva». Al momento dell'Annunciazione, l'angelo Gabriele dice che il suo nome proprio sarà Gesù, nome che esprime ad un tempo la sua identità e la sua missione7. Poiché Dio solo può rimettere i peccati8, è lui che, in Gesù, il suo Figlio eterno fatto uomo, «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 21). Così, in Gesù, Dio ricapitola tutta la sua storia di salvezza a vantaggio degli uomini.

 

431     Nella storia della salvezza, Dio non si è limitato a liberare Israele «dalla condizione servile» (Dt 5, 6) facendolo uscire dall'Egitto; lo salva anche dal suo peccato. Poiché il peccato è sempre un'offesa fatta a Dio9, solo Dio lo può cancellare10. Per questo Israele, prendendo sempre più coscienza dell'universalità del peccato, non potrà più cercare la salvezza se non nell'invocazione del nome del Dio Redentore11.

 

432     II nome di Gesù significa che il Nome stesso di Dio è presente nella persona del Figlio suo12 fatto uomo per l'universale e definitiva Redenzione dei peccati. E il nome divino che solo reca la salvezza13, e può ormai essere invocato da tutti perché, mediante l'Incarnazione, egli si è unito a tutti gli uomini14 in modo tale che «non vi è altro nome dato agli uomini sotto il ciclo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati»15.

 

433     II Nome del Dio Salvatore era invocato una sola volta all'anno, per l'espiazione dei peccati d'Israele, dal sommo sacerdote, dopo che questi aveva asperso col sangue del sacrificio il propiziatorio del Santo dei Santi16. Il propiziatorio era il luogo della presenza di Dio17. Quando san Paolo dice di Gesù che «Dio l'ha stabilito a servire come strumento di espiazione... nel suo sangue» (Rm 3, 25), intende affermare che nella sua umanità «era Dio a riconciliare a sé il mondo in Cristo» (2Cor 5, 19).

 

434     La Risurrezione di Gesù glorifica il nome di Dio Salvatore18 perché ormai è il nome di Gesù che manifesta in pienezza la suprema potenza del «Nome che è al di sopra di ogni altro nome» (Fil 2, 9-10). Gli spiriti malvagi temono il suo nome19 ed è nel suo nome che i discepoli di Gesù compiono miracoli20; infatti tutto ciò che essi chiedono al Padre nel suo nome, il Padre lo concede21.

 

435     II nome di Gesù è al centro della preghiera cristiana. Tutte le orazioni liturgiche terminano con la formula «per Dominum nostmm ]esum Chrìstum... - per il nostro Signore Gesù Cristo...». L'«Ave, Maria» culmina in «e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù». La preghiera del cuore, consueta presso gli orientali e chiamata «preghiera di Gesù», dice: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore». Parecchi cristiani muoiono con la sola parola «Gesù» sulle labbra, come santa Giovanna d'Arco.

 

IL Cristo

436     Cristo viene dalla traduzione greca del termine ebraico «Messia» che significa «unto» . Non diventa il nome proprio di Gesù se non perché egli compie perfettamente la missione divina da esso significata. Infatti in Israele erano unti nel Nome di Dio coloro che erano a lui consacrati per una missione che egli aveva loro affidato. Era il caso dei re22, dei sacerdoti23 e, in rari casi, dei profeti24. Tale doveva essere per eccellenza il caso del Messia che Dio avrebbe mandato per instaurare definitivamente il suo Regno25. Il Messia doveva essere unto dallo Spirito del Signore26, ad un tempo come re e sacerdote27 ma anche come profeta28. Gesù ha realizzato la speranza messianica di Israele nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re.

 

437     L'angelo ha annunziato ai pastori la nascita di Gesù come quella del Messia promesso a Israele: «Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore che è il Cristo Signore» (Lc 2, 11). Fin da principio egli è «colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo» (Gv 10, 36), concepito come «santo» (Lc 1, 35) nel grembo verginale di Maria. Giuseppe è stato chiamato da Dio a «prendere» con sé «Maria» sua «sposa», incinta di «quel che è generato in lei... dallo Spirito Santo» (Mt 1, 20), affinché Gesù, «chiamato Cristo», nasca dalla sposa di Giuseppe nella discendenza messianica di Davide (Mt 1, 16)29.

 

438     La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. «È, d'altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l'unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l'unzione»30. La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo «consacrò in Spirito Santo e potenza» (At 10, 38) «perché egli fosse fatto conoscere 535 a Israele» (Gv 1, 31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come «il Santo di Dio» (Mc 1, 24; Gv 6, 69;At 3, 14).

 

439     Numerosi giudei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del «figlio di Davide» messianico promesso da Dio a Israele31. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto32, ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana33, essenzialmente politica34.

 

440     Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell'uomo35. Egli ha così svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell'identità trascendente del Figlio dell'uomo «che è disceso dal cielo» (Gv 3, 13 )36, come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: «II Figlio dell'uomo... non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20, 28)37. Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall'alto della croce38. Solo dopo la Risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!» (At 2, 36).

 

III.              Figlio Unigenito di Dio

441     Figlio di Dio, nell'Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli39, al popolo dell'elezione40, ai figli d'Israele41 e ai loro re42. In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto «figlio di Dio»43, ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d'Israele44 forse non hanno inteso dire di più45.

 

442     Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16), perché Gesù risponde con solennità: «Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cicli» (Mt 16,17). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani...» (Gal 1, 15-16). «Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio» (At 9, 20). Questo sarà fin dagli inizi46 il centro della fede apostolica47 professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa48.

 

443     Se Pietro ha potuto riconoscere il carattere trascendente della filiazione divina di Gesù Messia, è perché egli l'ha lasciato chiaramente intendere. Davanti al sinedrio, alla domanda dei suoi accusatori: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?», Gesù ha risposto: «Lo dite voi stessi: io lo sono» (Lc 22, 70)49. Già molto prima, egli si era designato come «il Figlio» che conosce il Padre50, che è distinto dai «servi» che Dio in precedenza ha mandato al suo popolo51, superiore agli stessi angeli52. Egli ha differenziato la sua filiazione da quella dei suoi discepoli non dicendo mai «Padre nostro»53 tranne che per comandar loro: «Voi dunque pregate così: Padre nostro» (Mt 6, 9); e ha sottolineato tale distinzione: «Padre mio e Padre vostro» (Gv 20, 17).

 

444     I Vangeli riferiscono in due momenti solenni, il Battesimo e la Trasfigurazione di Cristo, la voce del Padre che lo designa come il suo «Figlio prediletto»54. Gesù presenta se stesso come «il Figlio unigenito di Dio» (Gv 3, 16) e con tale titolo afferma la sua preesistenza eterna55. Egli chiede la fede «nel Nome del Figlio unigenito di Dio» (Gv 3, 18). Questa confessione cristiana appare già nell'esclamazione del centurione davanti a Gesù in croce: «Veramente quest'uomo era il Figlio di Dio» (Mc 15,39); infatti soltanto nel Mistero pasquale il credente può dare al titolo «Figlio di Dio» il suo pieno significato.

 

445     Dopo la Risurrezione la sua filiazione divina appare nella potenza della sua umanità glorificata: egli è stato costituito «Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la Risurrezione dai morti» (Rm 1, 4)56. Gli Apostoli potranno confessare: «Noi vedemmo la sua gloria, gloria come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).

 

IV.            Signore

446     Nella traduzione greca dei libri dell’Antico Testamento, il nome ineffabile sotto il quale Dio si è rivelato a Mosè57, YHWH, è reso con «Kyrios» [«Signore»]. Da allora Signore diventa il nome più abituale per indicare la stessa divinità del Dio di Israele. Il Nuovo Testamento utilizza in questo senso forte il titolo di «Signore» per il Padre, ma, ed è questa la novità, anche per Gesù riconosciuto così egli stesso come Dio58.

 

447     Gesù stesso attribuisce a sé, in maniera velata, tale titolo allorché discute con i farisei sul senso del Salmo 11059, ma anche in modo esplicito rivolgendosi ai suoi Apostoli60. Durante la sua vita pubblica i suoi gesti di potenza sulla natura, sulle malattie, sui demoni, sulla morte e sul peccato, manifestavano la sua sovranità divina.

 

448     Molto spesso, nei Vangeli, "alcune persone si rivolgono a Gesù chiamandolo «Signore». Questo titolo esprime il rispetto e la fiducia di coloro che si avvicinano a Gesù e da lui attendono aiuto e guarigione61. Pronunciato sotto la mozione dello Spirito Santo, esprime il riconoscimento del Mistero divino di Gesù62. Nell'incontro con Gesù risorto, diventa espressione di adorazione: Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20, 28). Assume allora una connotazione d'amore e d'affetto che resterà peculiare della tradizione cristiana: «È il Signore!» (Gv 21, 7).

 

449     Attribuendo a Gesù il titolo divino di Signore, le prime confessioni di fede della Chiesa affermano, fin dall'inizio63, che la potenza, l'onore e la gloria dovuti a Dio Padre convengono anche a Gesù64, perché egli è di «natura divina» (Fil 2, 6) e che il Padre ha manifestato questa signoria di Gesù risuscitandolo dai morti ed esaltandolo nella sua gloria65.

 

450     Fin dall'inizio della storia cristiana, l'affermazione della signoria di Gesù sul mondo e sulla storia66 comporta anche il riconoscimento che l'uomo non deve sottomettere la propria libertà personale, in modo assoluto, ad alcun potere terreno, ma soltanto a Dio Padre e al Signore Gesù Cristo: Cesare non è «il Signore»67. «La Chiesa crede... di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana»68.

 

451     La preghiera cristiana è contrassegnata dal titolo «Signore» sia che si tratti dell'invito alla preghiera: «II Signore sia con voi», sia della conclusione della preghiera: «Per il nostro Signore Gesù Cristo», o anche del grido pieno di fiducia e di speranza: «Maran atha» («II Signore viene!»), oppure «Marana tha» (Vieni, Signore!») (1Cor 16, 22), «Amen, vieni, Signore Gesù!» (Ap 22, 20).

 

In sintesi

452     II Nome «Gesù» significa «Dio che salva», il Bambino nato dalla Vergine Maria è chiamato «Gesù» «perché salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21): «Non vi è altro Nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).

 

453     II nome «Cristo» significa «Unto», «Messia». Gesù è il Cristo perché Dio lo «consacrò in Spirito Santo e potenza» (At 10,38). Egli era colui che doveva .venire69, l'oggetto «della speranza d'Israele» (At 28,20).

 

454     II nome «Figlio di Dio» indica la relazione unica ed eterna di Gesù Cristo con Dio suo Padre: egli è il Figlio unigenito del Padre10 e Dio egli stesso11. Per essere cristiani si deve credere che Gesù Cristo è il Figlio di Dio12.

 

455     II nome «Signore» indica la sommità divina. Confessare o invocare Gesù come Signore, è credere nella sua divinità. «Nessuno può dire "Gesù è il Signore" se non sotto l'azione dello Spirito Santo» (1Cor 12, 3).

 

Articolo 3

«GESÙ CRISTO FU CONCEPITO

PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO,

NACQUE DA MARIA VERGINE»

 

Paragrafo 1

 

il figlio di Dio si È fatto uomo

 

1.    Perché il Verbo si è fatto carne

456     Con il Credo di Nicea-Costantinopoli confessiamo che il Verbo: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo».

 

457     II Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio: è Dio «che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 10). «Il Padre ha mandato il suo Figlio come Salvatore del mondo» (1Gv 4, 14). «Egli è apparso per togliere i peccati» (1Gv 3, 5):

La nostra natura, malata, richiedeva d'essere guarita; decaduta d'essere risollevata; morta, di essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito. Immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la luce; perduti, attendevamo un salvatore; prigionieri, un soccorritore; schiavi, un liberatore. Tutte queste ragioni erano prive d'importanza? Non erano tali da commuovere Dio sì da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla poiché l'umanità si trovava in una condizione tanto miserabile ed infelice?73

 

458     II Verbo si è fatto carne perché noi così conoscessimo l'amore di Dio: «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4, 9). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).

 

459     II Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità: «Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me...» (Mt 11, 29). «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14, 6). E il Padre, sul monte della Trasfigurazione, comanda: «Ascoltatelo» (Mc 9,7)74. In realtà, egli è il modello delle Beatitudini e la norma della Legge nuova: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15, 12). Questo amore implica l'effettiva offerta di se stessi alla sua sequela75.

 

460     II Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2Pt 1, 4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell'uomo: perché l'uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio»76. «Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio»77. «Unigenitus Dei Filius, suae divinitatis volens nos esse participes, naturam nostram assumpsit, ut homines deos faceret factus homo - L'Unigenito Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei»78.

 

II.       L'Incarnazione

461     Riprendendo l'espressione di san Giovanni («II Verbo si fece carne»: Gv 1, 14), la Chiesa chiama «Incarnazione» il fatto che il Figlio di Dio abbia assunto una natura umana per realizzare in essa la nostra salvezza. La Chiesa canta il Mistero dell'Incarnazione in un inno riportato da san Paolo:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (FU 2,5-8)79.

 

462     Dello stesso Mistero parla la "teiera agli Ebrei:

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo... per fare la tua volontà (Eb 10, 5-7)80.

 

463     La fede nella reale Incarnazione del Figlio di Dio è il segno distintivo della fede cristiana: «Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio (1Gv 4, 2). È la gioiosa convinzione della Chiesa fin dal suo inizio, allorché canta «il grande Mistero della pietà»: «Egli si manifestò nella carne (1tm 3, 16).

 

III.          Vero Dio e vero uomo

464     L'evento unico e del tutto singolare dell'Incarnazione del Figlio di Dio non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La Chiesa nel corso dei primi secoli ha dovuto difendere e chiarire questa verità di fede contro eresie che la falsificavano.

 

465     Le prime eresie più che la divinità di Cristo hanno negato la sua vera umanità (docetismo gnostico). Fin dall'epoca apostolica la fede cristiana ha insistito sulla vera Incarnazione del Figlio di Dio «venuto nella carne»81. Ma nel terzo secolo, la Chiesa ha dovuto affermare contro Paolo di Samosata, in un Concilio riunito ad Antiochia, che Gesù Cristo è Figlio di Dio per natura e non per adozione. Il primo Concilio Ecumenico di Nicea nel 325 professò nel suo Credo che il Figlio di Dio è «generato, non creato, della stessa sostanza ["ho-mousios"] del Padre», e condannò Ario, il quale sosteneva che «il Figlio di Dio veniva dal nulla»82 e che sarebbe «di un'altra sostanza o di un'altra essenza rispetto al Padre»83.

 

466     L'eresia nestoriana vedeva in Cristo una persona congiunta alla Persona divina del Figlio di Dio. In contrapposizione ad essa san Grillo di Alessandria e il terzo Concilio Ecumenico riunito a Efeso nel 431 hanno confessato che «il Verbo, unendo a se stesso ipostaticamente una carne animata da un'anima razionale, si fece uomo»84. L'umanità di Cristo non ha altro soggetto che la Persona divina del Figlio di Dio, che l'ha assunta e fatta sua al momento del suo concepimento. Per questo il Concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria in tutta verità è divenuta Madre di Dio per il concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno; «Madre di Dio... non certo perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto origine dalla santa Vergine, ma, poiché nacque da lei il santo corpo dotato di anima razionale a cui il Verbo è unito sostanzialmente, si dice che il Verbo è nato secondo la carne»85.

 

467     I monofisiti affermavano che la natura umana come tale aveva cessato di esistere in Cristo, essendo stata assunta dalla Persona divina del Figlio di Dio. Opponendosi a questa eresia, il quarto Concilio Ecumenico, a Calcedonia, nel 451, ha confessato:

Seguendo i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale e di corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi per l'umanità, «simile in tutto a noi, fuorché nel peccato» (Eb 4, 15), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi ultimi tempi, per noi e per la nostra salvezza, nato da Maria Vergine e Madre di Dio, secondo l'umanità. Un solo e medesimo Cristo, Signore, Figlio unigenito, che noi dobbiamo riconoscere in due nature, senza confusione, senza mutamento, senza divisione, senza separazione. La differenza delle nature non è affatto negata dalla loro unione, ma piuttosto le proprietà di ciascuna sono salvaguardate e riunite in una sola persona e una sola ipostasi86.

 

468     Dopo il Concilio di Calcedonia, alcuni fecero della natura umana di Cristo una sorta di soggetto personale. Contro costoro, il quinto Concilio Ecumenico, a Costantinopoli, nel 553, ha confessato riguardo a Cristo: vi è «una sola ipostasi [o Persona]..., cioè il Signore nostro Gesù Cristo, Uno della Trinità»87. Tutto, quindi, nell'umanità di Cristo deve essere attribuito alla sua Persona divina come al suo soggetto proprio88, non soltanto i miracoli ma anche le sofferenze89 e così pure la morte: «II Signore nostro Gesù Cristo, crocifisso nella sua carne, è vero Dio, Signore della gloria e Uno della Santa Trinità»90.

 

469     La Chiesa così confessa che Gesù è inscindibilmente vero Dio e vero uomo. Egli è veramente il Figlio di Dio che si è fatto uomo, nostro fratello, senza con ciò cessare d'essere Dio, nostro Signore:

«Id quod fuit remansit et quod non fuit assumpsit - Rimase quel che era e quel che non era assunse», canta la Liturgia romana91. E la Liturgia di san Giovanni Crisostomo proclama e canta: «O Figlio Unigenito e Verbo di Dio, tu, che sei immortale, per la nostra salvezza ti sei degnato d'incarnarti nel seno della santa Madre di Dio e sempre Vergine Maria; tu, che senza mutamento sei diventato uomo e sei stato crocifisso, o Cristo Dio, tu, che con la tua morte hai sconfitto la morte, tu che sei Uno della santa Trinità, glorificato con il Padre e lo Spirito Santo, salvaci!»92.

 

IV.          Come il Figlio di Dio è uomo

470     Poiché nella misteriosa unione dell'Incarnazione «la natura umana è stata assunta, senza per questo venir annientata»93, la Chiesa nel corso dei secoli è stata condotta a confessare la piena realtà dell'anima umana, con le sue operazioni di intelligenza e di volontà, e del corpo umano di Cristo. Ma parallelamente ha dovuto di volta in volta ricordare che la natura umana di Cristo appartiene in proprio alla Persona divina del Figlio di Dio che l'ha assunta. Tutto ciò che egli è e ciò che egli fa in essa deriva da «Uno della Trinità». Il Figlio di Dio, quindi, comunica alla sua umanità il suo modo personale d'esistere nella Trinità. Pertanto, nella sua anima come nel suo corpo, Cristo esprime umanamente i comportamenti divini della Trinità94:

II Figlio di Dio... ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato95.

 

L’anima è la conoscenza umana di Cristo.

 

471     Apollinare di Laodicea sosteneva che in Cristo il Verbo aveva preso il posto dell'anima o dello spirito. Contro questo errore la Chiesa ha confessato che il Figlio eterno ha assunto anche un'anima razionale umana96.

472     L'anima umana che il Figlio di Dio ha assunto è dotata di una vera conoscenza umana. In quanto tale, essa non poteva di per sé essere illimitata: era esercitata nelle condizioni storiche della sua esistenza nello spazio e nel tempo. Per questo il Figlio di Dio, facendosi uomo, ha potuto voler «crescere in sapienza, età e grazia» (Lc 2, 52) e anche doversi informare intorno a ciò che nella condizione umana non si può apprendere che attraverso l'esperienza97. Questo era del tutto consono alla realtà del suo volontario umiliarsi nella «condizione di servo» (Fil 2, 7).

473     Al tempo stesso, però, questa conoscenza veramente umana del Figlio di Dio esprimeva la vita divina della sua Persona98. «La natura umana del Figlio di Dio, non da sé ma per la sua unione con il Verbo, conosceva e manifestava nella Persona di Cristo tutto ciò che conviene a Dio»99. E, innanzi tutto, il caso della conoscenza intima e immediata che il Figlio di Dio fatto uomo ha del Padre suo 10°. Figlio di Dio anche nella sua conoscenza umana mostrava la penetrazione divina che egli aveva dei pensieri segreti del cuore degli uomini101.

474     La conoscenza umana di Cristo, per la sua unione alla Sapienza divina nella Persona del Verbo incarnato, fruiva in pienezza della scienza dei disegni eterni che egli era venuto a rivelare102. Ciò che in questo campo dice di ignorare103, dichiara altrove di non avere la missione di rivelarlo104.

La volontà umana di Cristo

475     Parallelamente, la Chiesa nel sesto Concilio Ecumenico105 ha dichiarato che Cristo ha due volontà e due operazioni naturali, divine e umane, non opposte, ma cooperanti, in modo che il Verbo fatto carne ha umanamente voluto, in obbedienza al Padre, tutto ciò che ha divinamente deciso con il Padre e con lo Spirito Santo per la nostra salvezza106. La volontà umana di Cristo «segue, senza opposizione o riluttanza, o meglio, è sottoposta alla sua volontà divina e onnipotente»107.

Il vero Corpo di Cristo

 

476     Poiché il Verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il Corpo di Cristo era delimitato108. Perciò l'aspetto umano di Cristo può essere «rappresentato» (Gal 3, 1). Nel settimo Concilio Ecumenico la Chiesa ha riconosciuto legittimo che venga raffigurato mediante «venerande e  sante immagini»109.

 

477     Al tempo stesso la Chiesa ha Sempre riconosciuto che nel Corpo di Gesù il «Verbo invisibile apparve visibilmente nella nostra carne»110. In realtà, le caratteristiche individuali del Corpo di Cristo esprimono la Persona divina del Figlio di Dio. Questi ha fatto a tal punto suoi i lineamenti del suo Corpo umano che, dipinti in una santa immagine, possono essere venerati, perché il credente che venera «l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto»111.

 

Il Cuore del Verbo incarnato

 

478     Gesù ci ha conosciuti e amati, tutti e ciascuno, durante la sua vita, la sua agonia e la sua passione, e per ognuno di noi si è offerto: «II Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20). Ci ha amati tutti con un cuore umano. Per questo motivo, il sacro Cuore di Gesù, trafitto a causa dei nostri peccati e per la nostra salvezza112, «praecipuus consideratur index et symbolus... illius amoris, quo divinus Redemptor aeternum Patrem hominesque universos continenter adamat - è considerato il segno e simbolo principale... di quell'infinito amore, col quale il Redentore divino incessantemente ama l'eterno Padre e tutti gli uomini»113.

 

In sintesi

479     Nel tempo stabilito da Dio, il Figlio unigenito del Padre, la Parola eterna, cioè il Verbo e l'Immagine sostanziale del Padre, si è incarnato, senza perdere la natura divina, ha assunto la natura umana.

 

780     Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, nella unità della sua Persona divina, per questo motivo è l'unico Mediatore tra Dio e gli uomini.

 

481     Gesù Cristo ha due nature, la e l'umana, non confuse, ma unite nell'unica Persona del Figlio di Dio.

 

482     Cristo, essendo vero Dio e vero uomo, ha una intelligenza e una volontà umane, perfettamente armonizzate e sottomesse alla sua intelligenza e alla sua volontà divine, che egli ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo.

 

483     L'Incarnazione è quindi il Mistero dell'ammirabile unione della natura divina e della natura umana nell'unica Persona del Verbo.


 

Paragrafo 2

 

«...concepito per opera dello spirito santo, nato dalla vergine Maria»

 

I.                      Concepito per opera dello Spirito Santo...

 

484     L'Annunciazione a Maria inaugura la «pienezza del tempo» (Gal 4, 4), cioè il compimento delle promesse e delle preparazioni. Maria è chiamata a concepire colui nel quale abiterà «corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). La risposta divina al suo «Come è possibile? Non conosco uomo» (Lc 1, 34) è data mediante la potenza dello Spirito: «Lo Spirito Santo scenderà su di te» (Lc 1, 35).

 

485     La missione dello Spirito Santo è sempre congiunta e ordinata a quella del Figlio114. Lo Spirito Santo, che è «Signore e da la vita», è mandato a santificare il grembo della Vergine Maria e a fecondarla divinamente, facendo sì che ella concepisca il Figlio eterno del Padre in un'umanità tratta dalla sua.

 

486     II Figlio unigenito del Padre, essendo concepito come uomo nel seno della Vergine Maria, è «Cristo», cioè unto dallo Spirito Santo115, sin dall'inizio della sua esistenza umana, anche se la sua manifestazione avviene progressivamente: ai pastori116, ai magi117, a Giovanni Battista118, ai discepoli119. L'intera vita di Gesù Cristo manifesterà dunque «come Dio [lo] consacrò in Spirito Santo e potenza» (At 10, 38).

 

IL ...nato dalla Vergine Maria

487     Ciò che la fede cattolica crede i riguardo a Maria si fonda su ciò che essa crede riguardo a Cristo, ma quanto insegna su Maria illumina, a sua volta, la sua fede in Cristo.

 

La predestinazione di Maria

 

488     «Dio ha mandato suo Figlio» (Gal 4, 4), ma per preparargli un corpo 12°, ha voluto la libera collaborazione di una creatura. Per questo, Dio, da tutta l'eternità, ha scelto, perché fosse la Madre del Figlio suo, una figlia d'Israele, una giovane giudea di Nazareth in Galilea, «una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27):

Volle il Padre delle misericordie che l'accettazione di colei che era predestinata a essere la Madre precedesse l'Incarnazione, perché così, come la donna aveva contribuito a dare la morte, la donna contribuisse a dare la vita 121.

489     Nel corso dell'Antica Alleanza, la missione di Maria è stata preparata da quella di sante donne. All'inizio c'è Eva: malgrado la sua disobbedienza, ella riceve la promessa di una discendenza che sarà vittoriosa sul Maligno122, e quella d'essere la madre di tutti i viventi123. In forza di questa promessa, Sara concepisce un figlio nonostante la sua vecchiaia124. Contro ogni umana attesa, Dio sceglie ciò che era ritenuto impotente e debole125 per mostrare la sua fedeltà alla promessa: Anna, la madre di Samuele126, Debora, Rut, Giuditta e Ester, e molte altre donne. Maria «primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza... Con lei, la eccelsa figlia di Sion, dopo la lunga attesa della Promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova economia»127.

 

L'Immacolata Concezione

490     Per esser la Madre del Salvatore, Maria «da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande carica»128. L'angelo Gabriele, al momento dell'Annunciazione, la saluta come «piena di grazia» (Lc 1, 28). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all'annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia, di Dio.

 

491     Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, colmata di grazia da Dio129, era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell'Immacolata Concezione, proclamato da papa Pio LX nel 1854:

La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale 130.

 

492     Questi «splendori di una santità del tutto singolare» di cui Maria è «adornata fin dal primo istante della sua concezione»131 le vengono interamente da Cristo: ella è «redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo»132. Più di ogni altra persona creata, il Padre l'ha «benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo» (Ef 1, 3). In lui l'ha scelta «prima della creazione del mondo, per essere» santa e immacolata «al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).

 

493     I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio «la Tutta Santa» («Panaghia»), la onorano come «immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura»133. Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.

 

«Avvenga di me quello che hai detto...»

 

494     All'annunzio che avrebbe dato alla luce «il Figlio dell'Altissimo» senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo134, Maria ha risposto con «l'obbedienza della fede» (Rm 1, 5), certa che «nulla è impossibile a Dio»: «Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 37-38). Così, dando il proprio assenso alla Parola di Dio, «Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente... alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del Mistero della Redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente»135:

Come dice sant'Ireneo, «obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano». Con lui, non pochi antichi Padri affermano: «II nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria l'ha sciolto con la sua fede», e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «la Madre dei viventi» e affermano spesso: «la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria»136.

 

La maternità divina di Maria

 

495     Maria, chiamata nei Vangeli «la Madre di Gesù» (Gv 2, 1; 19, 25)137, prima della nascita del Figlio suo è acclamata, sotto la mozione dello Spirito, «la Madre del mio Signore» (Lc 1, 43). Infatti, colui che Maria ha concepito come uomo per opera dello Spirito Santo e che è diventato veramente suo Figlio secondo la carne, è il Figlio eterno del Padre, la seconda Persona della Santissima Trinità. La Chiesa confessa che Maria è veramente Madre di Dio [«Theotokos»]138.

 

La verginità di Maria

 

496     Fin dalle prime formulazioni della fede139, la Chiesa ha confessato che Gesù è stato concepito nel seno della Vergine Maria per la sola potenza dello Spirito Santo, ed ha affermato anche l'aspetto corporeo di tale avvenimento: Gesù è stato concepito «senza seme, per opera dello Spirito Santo» 140. Nel concepimento verginale i Padri ravvisano il segno che si tratta veramente del Figlio di Dio, il quale è venuto in una umanità come la nostra:

Così, sant'Ignazio di Antiochia (inizio II secolo): «Voi siete fermamente persuasi riguardo a nostro Signore che è veramente della stirpe di Davide secondo la carne 141, Figlio di Dio secondo la volontà e la potenza di Dio142, veramente nato da una Vergine,... veramente è stato inchiodato [alla croce] per noi, nella sua carne, sotto Ponzio Filato... Veramente ha sofferto, così come veramente è risorto»143.

 

497     I racconti evangelici144 considerano la concezione verginale un'opera divina che supera ogni comprensione e ogni possibilità umana145: «Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo», dice l'angelo a Giuseppe riguardo a Maria, sua sposa (Mt 1, 20). La Chiesa vede in ciò il compimento della promessa divina fatta per bocca del profeta Isaia: «Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio»146.

 

498     II silenzio del Vangelo secondo san Marco e delle Lettere del Nuovo Testamento sul concepimento verginale di Maria è stato talvolta causa di perplessità. Ci si è potuto anche chiedere se non si trattasse di leggende o di elaborazioni teologiche senza pretese di storicità. A ciò si deve rispondere: La fede nel concepimento verginale di Gesù ha incontrato vivace opposizione, sarcasmi o incomprensione da parte dei non-credenti, giudei e pagani147: essa non trovava motivo nella mitologia pagana né in qualche adattamento alle idee del tempo. Il senso di questo avvenimento è accessibile soltanto alla fede, la quale lo vede in quel «nesso che lega tra loro i vari misteri»148, nell'insieme dei Misteri di Cristo, dalla sua Incarnazione alla sua Pasqua. Sant'Ignazio di Antiochia già testimonia tale legame: «II principe di questo mondo ha ignorato la verginità di Maria e il suo parto, come pure la morte del Signore: tre Misteri sublimi che si compirono nel silenzio di Dio»149.

 

Maria «sempre Vergine»

 

499     L'approfondimento della fede nella maternità verginale ha condotto la Chiesa a confessare la verginità reale e perpetua di Maria150 anche nel parto del Figlio di Dio fatto uomo151. Infatti la nascita di Cristo «non ha diminuito la sua verginale integrità, ma l'ha consacrata» 152. La Liturgia della Chiesa celebra Maria come la «Aciparthenos», «sempre Vergine»153.

 

500     A ciò si obietta talvolta che la Scrittura parla di fratelli e di sorelle di Gesù154. La Chiesa ha sempre ritenuto che tali passi non indichino altri figli della Vergine Maria: infatti Giacomo e Giuseppe, «fratelli di Gesù» (Mt 13, 55) sono i figli di una Maria discepola di Cristo155, la quale è designata in modo significativo come «l'altra Maria» (Mt 28, 1). Si tratta di parenti prossimi di Gesù, secondo un'espressione non inusitata nell'Antico Testamento156.

 

501     Gesù è l'unico Figlio di Maria. Ma la maternità spirituale di Maria157 si estende a tutti gli uomini che egli è venuto a salvare: «Ella ha dato alla luce un Figlio, che Dio ha fatto il primogenito di una moltitudine di fratelli» (Rm 8, 29), cioè dei fedeli, e al la cui nascita e formazione ella coopera con amore di madre»158.

 

La maternità verginale di Maria nel disegno di Dio

 

502     Lo sguardo della fede può scoprire, in connessione con l'insieme della Rivelazione, le ragioni misteriose per le quali Dio, nel suo progetto salvifico, ha voluto che suo Figlio nascesse da una Vergine. Queste ragioni riguardano tanto la Persona e la missione redentrice di Cristo, quanto l'accettazione di tale missione da parte di Maria in favore di tutti gli uomini.

 

503     La verginità di Maria manifesta l'iniziativa assoluta di Dio nell'Incarnazione. Gesù come Padre non ha che Dio159. «La natura umana che egli ha assunto non l'ha mai separato dal Padre... Per natura Figlio del Padre secondo la divinità, per natura Figlio della Madre secondo l'umanità, ma propriamente Figlio di Dio nelle sue due nature»160.

 

504     Gesù è concepito per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria perché egli è il nuovo Adamo161 che inaugura la nuova creazione: «II primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo» (1Cor 15, 47). L'umanità di Cristo, fin dal suo concepimento, è ricolma dello Spirito Santo perché Dio gli «da lo Spirito senza misura» (Gv 3, 34). «Dalla pienezza» di lui, capo dell'umanità redenta162, «noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Gv 1, 16).

 

505     Gesù, il nuovo Adamo, inaugura con il suo concepimento verginale la nuova nascita dei figli di adozione nello Spirito Santo per la fede. «Come è possibile?» (Lc 1, 34)163. La partecipazione alla vita divina non proviene «da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio» (Gv 1, 13). L'accoglienza di questa vita è verginale perché è interamente donata all'uomo dallo Spirito. Il senso sponsale della vocazione umana in rapporto a Dio164 si compie perfettamente nella maternità verginale di Maria.

 

506     Maria è vergine perché la sua verginità è il segno della sua fede «che non era alterata da nessun dubbio» e del suo totale abbandono alla volontà di Dio165. Per la sua fede ella diviene la Madre del Salvatore: «Beatior est Maria percipiendo fidem Christi quam concipiendo carnem Christi - Maria è più felice di ricevere la fede di Cristo che di concepire la carne di Cristo»166.

 

507     Maria è ad un tempo vergine e madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa167: «La Chiesa... per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo»168.

 

In sintesi

508     Nella discendenza di Eva, Dio ha scelto la Vergine Maria perché fosse la Madre del suo Figlio. «Piena di grazia», ella è «il frutto più eccelso detta Redenzione»169; fin dal primo istante del suo concepimento, è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta la ma vita.

 

509     Maria è veramente «Madre di Dio», perché è la Madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, Dio lui stesso.

 

510     Maria è rimasta «Vergine nel concepimento del Figlio suo, Vergine nel parto, Vergine incinta, Vergine madre, Vergine perpetua» 17°: con tutto il suo essere, ella è «la serva del Signore» (Lc 1,38).

 

511     Maria Vergine «cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza»111. Ha detto il suo «fiat» «loco totius humanae naturae - in nome di tutta l'umanità»172: per la sua obbedienza, è diventata la nuova Eva, madre dei viventi.

 

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1                           Cf Lc 1, 68. - 2Cf Lc 1, 55. - 3Cf Mt 16, 18; SAN LEONE MAGNO, Sermone*, 4, 3: PL 54, 151; 51, 1; PL 54, 309B; 62, 2: PL 54, 350C-315A; 83, 3: PL 54, 432A. - 4GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Catechesi tradendae, 5. - 5Ibid. - 6Ibid., 6.

7                           Cf Lc 1, 31. - 8Cf Mc 2, 7. - 9Cf Sal 51, 6. - 10Cf Sal 51, 11. - uCf Sal 79, 9. 12Cf At 5,41;3Gv7.-13Cf Gv 3, 18; At 2, 21. - 14Cf Rm 10, 6-13. - 15Cf At 9, 14; Gc 2, 7. - 16Cf Lv 16, 15-16; Sir 50, 20; Eb 9,7.-17Cf Es 25, 22; Lv 16, 2; Nm 7, 89; Eb 9, 5. - 18Cf Gv 12, 28. – 19Cf At 16, 16-18; 19, 13-16.

20                         Cf Mc 16, 17. - 2lCf Gv 15, 16. - 22Cf 1Sam 9, 16; 10, 1; 16, 1.12-13; 1Re 1,39.- 23Cf Es 29, 7; Lv 8, 12.- 24Cf 1Re 19, 16.- 25Cf Sal 2 2; At 4,26-27. - 26Cf Is 11,2.- 27Cf Zc 4, 14; 6, 13. - 28Cf Is 61, 1; Lc 4, 16-21. - 29Cf Rm 1, 3;2 Tm2, 8; Ap 22, 16. - 30SANT'lRENEO D lLlONE. Adversus baereses, 3, 18, 3.

 31                       Cf Mt 2, 2; 9, 27; 12, 23; 15, 22; 20, 30; 21, 9.15.- 32Cf Gv 4,25-26; 11, 27. - 33Cf Mt 22, 41-46. - 34Cf Gv 6, 15; Lc 24, 21. - 35Cf Mt 16, 16-23. – 36 Ct Gv 6,62; Dn 7, 13. – 37Ct Is 53, 10-12; - 38Ct Gv 19, 19-22; Lc 23, 39-43. – 39Ct Dt (LXX) 32,8; Gb 1, 6.

40                         Cf Es 4, 22; Os 11,1; Ger 3, 19; Sir 36, 11; Sap 18, 13. - 41Ct Dt 14, 1; Os 2, 1. - 42Cf 2Sam 7, 14; Sal 82, 6. - 43Cf 1Cr 17, 13; - 44Cf Mt 27,54. - 45Cf Lc 23, 47. - 46Cf 1Ts 1, 10.  47 Cf Gv 20,31. - 48Cf Mt 16, 18. - 49Cf Mt 26, 64; Mc 14, 61. - 50Cf Mt 11,27; 21,37-38. - 51Cf Mt 21,34-36.

2C               f Mt 24,36. - 53Cf Mt 5, 48; 6, 8; 7,21; Lc 11, 13. - 54            Cf Mt 3, 17; 17,5. - 55Cf Gv 10, 36. - 56Cf At 13,33. - 57Cf Es 3,14. - 58Cf 1Cor 2, 8. - 59Cf Mt 22, 41-46: cf anche At 2, 34-36; Eb 1, 13. - 60Cf Gv 13, 13. - 61Cf Mt 8, 2; 14, 30; 15, 22: e.a. - 62Cf Lc 1, 43; 2, 11. - 63Cf At 2, 34-36.

64                         Cf Rm 9,5; Tt 2, 13; Ap 5, 13. - 65Cf Rm 10, 9; 1Cor 12, 3; Fil 2, 9-11. - 66Cf Ap 11, 15. – 67 Cf Mc 12,17; At 5, 29. – 68CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 10,2; cf 45,2. 69Cf Lc 1, 19. - 70Cf Gv 1, 14.18; 3, 16.18. - 71Cf Gv 1, 1. - 72Cf At 8, 37; 1Gv 2,23.

73                         SAN GREGORI DI NISSA, Oratio catechetica, 15: PG 45,48B. - 74Cf Dt 6, 4-5. - 75Cf Mc 8, 24. - 76SANT'IRENEO DI LlONE, Adversus haereses, 3, 19, 1. - 77SANT'ATANASIO DI ALESSANDRIA, De Incarnatane, 54, 3: PG 25, 192B.

78                         SAN TOMMASO D'AQUINO, Opusculum 57 in festa Corporis Christi, 1. - 79Cf Liturgia delle Ore, Cantico dei Vespri del sabato. - 80Cf Eb 10, 5-7 cita il Sal 40, 7-9 (LXX).

81                         Cf 1 Gv 4, 2-3; 2Gvl.- s2Concilio di Nicea I: DENZ.-SCHÒNM., 130. - 83Ibid., 126. 84Conccilio di Efeso: Ibid., 250. - 85Ibid., 251. - 86Concilio di Calcedonia: DENZ.-SCHÒNM., 301-302. - 87Concilio di Costantinopoli II: DENZ.-SCHONM., 424. - 88Cf già Concilio di Efeso: DENZ.-SCHÓNM 255.

 89                       Cf Concilio di Costantinopoli II: DENZ.-SCHÒNM., 424. - 90Ibid., 432. - 9lLiturgia delle Ore, I, Ufficio  delle letture di Natale, cf SAN LEONE MAGNO, Sermones, 21, 2-3: PL 54, 192A. - 92Liturgia bizantina, Tropario «O Monoghenis». – 93CONC. ECUM. VAT. II,  Gaudium et spes, 22, 2.

94                         Cf Gv 14, 9-10. – 95CONC. ECUM. VAT. II, Gaudium et spes, 22, 2. - 96Cf DAMASO I, Lettera ai vescovi orientali: DENZ.-SCHÓNM., 149. - 97Cf Mc 6, 38; 8, 27; Gv 11, 34; ecc. - 98Cf; san GREGORIO magno, Lettera Sicut aqua: DENZ.-SCHÓNM., 475.

99                         san massimo il confessore, Quaestiones et dubia, 66: PG 90, 840A. - 100Cf Mc 14, 36; Mt 11, 27; Gv 1, 18; 8, 55; ecc. - 101Cf Mc 2, 8; Gv 2, 25; 6, 61; ecc. - 102Cf Mc 8, 31; 9, 31; 10, 33-34; 14, 18-20.26-30. - 103Cf Mc 13, 32. - 104Cf At 1, 7. - 105Concilio di Costantinopoli III (681).

106                       Cf Concilio di Costantinopoli II (681): DENZ.-SCHÓNM 556-559. - 107Ibid., 556. - 108Cf Concilio Lateranense (649): DENZ.-SCHÓNM., 504. - l09Concilio di Nicea II (787): DENZ.-SCHÒNM., 600-603. - 110Messale Romano, Prefazio di Natale II.

111                       Concilio di Nicea II (787): DENZ.-SCHÓNM., 601. - 112Cf Gv 19, 34. - 113Pio XII, Lett. enc. Haurietis aquas: DENZ.-SCHÓNM., 3924; cf id., Lett. enc. Mystici Corporis: ibid. 3812. - 114Cf Gv 16, 14-15. - 115Cf Mt 1, 20; Lc 1, 35. – 116Cf Lc 2, 8-20. - 117Cf Mt 2, 1-12.- 11SCf Gv 1, 31-34.

119                       Cf Gv 2. ll.- 12°Cf Eb 10, 5.- 121CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 56; cf 61. 122Cf Gn 3, 15. - 123Cf Gn 3, 20. - 124Cf Gn 18, 10-14; 21, 1-2. – 125Cf 1Cor 1, 27. 126Cf 1Sam 1.-127CONC. ECUM. VAT. II Lumen gentium, 55.-128Ibid., 56.-129Cf Lc 1, 28.

130                       Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DENZ.-SCHONM, 2803. - 131CONC. ECOM. vai. II, Lumen gentium, 56. - 132Ibid. 53. - 133Ibid., 56.- 134Cf Lc 1, 28-37. - 135CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 56. – 136Ibid., cf SANT’IRENEO DI Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4. - 137Cf Mt 13, 55.

138                       Cf Concilio di Efeso: DENZ.-SCHÒNM, 251. - 139Cf; DENZ.-SCHONM., 10-64. - 140Concilio Lateranense (649): DENZ.-SCHÒNM., 503. 141Cf Rm 1, 3. - 142Cf Gv 1, 13. - 143sant'ignazio di antiochia, Epistula ad Smyrnaeos, 1-2. - 144Cf Mt 1, 18-25; Lc 1, 26-38. - 145Cf Lc 1, 34.

146                       Is 1, 14, secondo la traduzione greca di Mt 1, 23. - 147Cf san GlUSTlNO, Dialogus cum Tryphone Judaeo, 99, 7; ORICENE. Cantra Celsum, 1, 32. 69; e.a. - 148Concilio Vaticano I: DENZ.-SCHÒNM., 3016. - 149SANT'IGNAZIO DI ANTIOCHIA, Epistula ad Ephesios, 19, 1; cf 1Cor 2, 8.

150                       Cf Concilio di Costantinopoli III: DENZ.-SCHÒNM., 427. – 151Cf SAN LEONE MAGNO, Lettera Lectis dilectionis tuae: DENZ.-SCHÒNM., 291; 294; pelagio!, Lettera Humanigeneris: ibid., 442; Concilio Lateranense (649): ibid., 503; Concilio di Toledo XVI: ibid., 571; Pio IV, Cost. Cum

                   quomndam hominum: ibid., 1880. - 152CONC. ECUM VAT II, Lumen gentium, 57. - 153Cf ibid., 52. - 154Cf Mc 3, 31-35; 6, 3; 1Cor 9, 5; Gal 1, 19. - 155Cf Mt 27, 56.- 156Cf Gn 13, 8; 14, 16;29, 15; ecc.- 157Cf Gn 19, 26-27; Ap 12, 17. 158CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 63.

159                       Cf Lc 2, 48-49. - 16°Concilio del Friuli (796): DENZ.-SCHÒNM., 619. - 161Cf 1Cor 15, 45. - 162Cf Col 1, 18. - 163Cf Gv 3, 9. – 164Cf 2Cor 11, 2. - 165Cf conc. ECUM. vat. II, Lumen gentium, 63 e 1Cor 7, 34-35. - 166SANT'AGOSTINO, De sancta virginitate; 3: PL 40, 398.

167                       Cf CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 63. - 168CONC. ECUM. VAT. II, Lumen gentium, 64. – 169 CONC. ecum. vat. II, Sacrosanctum concilium, 103. - 170 SANT'AGOSTINO, Sermones, 186; 1: PL 38, 999. – 171 conc. ecum. vat. II, Lumen gentìum, 56. - 172 san tommaso D'AQUINO, Summa theologiae, III, 30, 1.

 


 

Paragrafo 3

I misteri della vita di cristo

 

512     Il Simbolo della fede, a proposito della vita di Cristo, non parla che dei Misteri dell'Incarnazione (concezione e nascita) e della Pasqua (passione, crocifissione, morte, sepoltura, discesa agli inferi, risurrezione, ascensione). Non dice nulla, in modo esplicito, dei Misteri della vita nascosta e della vita pubblica di Gesù, ma gli articoli della fede concernenti l'Incarnazione e la Pasqua di Gesù, illuminano tutta la vita terrena di Cristo. «Tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui... fu assunto in cielo» (At 1,1-2) deve essere visto alla luce dei Misteri del Natale e della Pasqua.

 

513     La catechesi, secondo le circostanze, svilupperà tutta la ricchezza dei Misteri di Gesù. Qui basta indicare alcuni elementi comuni a tutti i Misteri della vita di Cristo (I), per accennare poi ai principali Misteri della vita nascosta (II) e pubblica (III) di Gesù.

 

I.                      Tutta la vita di Cristo è Mistero

514     Non compaiono nei Vangeli molte cose che interessano la curiosità umana a riguardo di Gesù. Quasi niente vi si dice della sua vita a Nazaret, e anche di una notevole parte della sua vita pubblica non si fa parola173. Ciò che è contenuto nei Vangeli, è stato scritto «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome» (Gv 20,31).

 

515     I Vangeli sono scritti da uomini che sono stati tra i primi a credere174 e che vogliono condividere con altri la loro fede. Avendo conosciuto, nella fede, chi è Gesù, hanno potuto scorgere e fare scorgere in tutta la sua vita terrena le tracce del suo Mistero. Dalle fasce della sua nascita175, fino all'aceto della sua passione176 e al sudario della Risurrezione177, tutto nella vita di Gesù è segno del suo Mistero. Attraverso i suoi gesti, i suoi miracoli, le sue parole, è stato rivelato che «in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9). In tal modo la sua umanità appare come «il sacramento», cioè il segno e lo strumento della sua divinità e della salvezza che egli reca: ciò che era visibile nella sua vita terrena condusse al Mistero invisibile della sua filiazione divina e della sua missione redentrice.

 

I tratti comuni dei Misteri di Gesù

516     Tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre: le sue parole e le sue azioni, i suoi silenzi e le sue sofferenze, il suo modo di essere e di parlare. Gesù può dire: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9), e il Padre: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo» (Lc 9,35). Poiché il nostro Signore si è fatto uomo per compiere la volontà del Padre178, i più piccoli tratti dei suoi Misteri ci manifestano «l'amore di Dio per noi» (1Gv 4,9).

 

517     Tutta la vita di Cristo è Mistero di Redenzione. La Redenzione è frutto innanzi tutto del sangue della croce179, ma questo Mistero opera nell'intera vita di Cristo: già nella sua Incarnazione, per la quale, facendosi povero, ci ha arricchiti con la sua povertà180; nella sua vita nascosta che, con la sua sottomissione181, ripara la nostra insubordinazione; nella sua parola che purifica i suoi ascoltatori182; nelle guarigioni e negli esorcismi che opera, mediante i quali «ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie» (Mt 8,17)183; nella sua Risurrezione, con la quale ci giustifica184.

518     Tutta la vita di Cristo è Mistero di Ricapitolazione. Quanto Gesù ha fatto, detto e sofferto, aveva come scopo di ristabilire nella sua primitiva vocazione l'uomo decaduto:

Allorché si è incarnato e si è fatto uomo, ha ricapitolato in se stesso la lunga storia degli uomini e in breve ci ha procurato la salvezza, così che noi recuperassimo in Gesù Cristo ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè d'essere ad immagine e somiglianza di Dio185. Per questo appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita, restituendo con ciò a tutti gli uomini la comunione con Dio186.

 

La nostra comunione ai Misteri di Gesù

 

519     Tutta la ricchezza di Cristo «è destinata ad ogni uomo e costituisce il bene di ciascuno»187. Cristo non ha vissuto la sua vita per sé, ma per noi, dalla sua Incarnazione «per noi uomini e per la nostra salvezza» fino alla sua morte «per i nostri peccati» (1Cor 15,3) e alla sua Risurrezione «per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). E anche adesso, è «nostro avvocato presso il Padre» ( 1Gv 2,1), «essendo sempre vivo per intercedere» a nostro favore (Eb 7, 25). Con tutto ciò che ha vissuto e sofferto per noi una volta per tutte, egli resta sempre «al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24).

520     Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello188: è «l'uomo perfetto»189 che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitareI90, con la sua preghiera, attira alla preghiera191, con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni192.

 

521     Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. «Con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo»193. Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo Corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello:

Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i Misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi e in tutta la sua Chiesa... Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un'estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi Misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso i suoi Misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi194.

 

II.                           I Misteri dell'infanzia e della vita nascosta di Gesù

Le preparazioni

522     La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e simboli della «Prima Alleanza» (Eb 9,15), li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l'oscura attesa di tale venuta.

523     San Giovanni Battista è l'immediato precursore del Signore195, mandato a preparargli la via196. «Profeta dell'Altissimo» (Lc 1,76), di tutti i profeti è il più grande197 e l'ultimo198; egli inaugura il Vangelo199; saluta la venuta di Cristo fin dal seno di sua madre200 e trova la sua gioia nell'essere «l'amico dello sposo» (Gv 3,29), che designa come «l'Agnello di Dio... che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29). Precedendo Gesù «con lo spirito e la forza di Elia» (Lc 1,17), gli rende testimonianza con la sua predicazione, il suo battesimo di conversione ed infine con il suo martirio201.

524     La Chiesa, celebrando ogni anno la Liturgia dell'Avvento, attualizza questa attesa del Messia: mettendosi in comunione con la lunga preparazione della prima venuta del Salvatore, i fedeli ravvivano l'ardente desiderio della sua seconda venuta202. Con la celebrazione della nascita e del martirio del Precursore, la Chiesa si unisce al suo desiderio: «egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30).

 

Il Mistero del Natale

525     Gesù è nato nell'umiltà di una stalla, in una famiglia povera203; semplici pastori sono i primi testimoni dell'avvenimento. In questa povertà si manifesta la gloria del cielo204. La Chiesa non cessa di cantare la gloria di questa notte:

La Vergine oggi da alla luce l'Eterno e la terra offre una grotta all'inaccessibile.

Gli angeli e i pastori a lui inneggiano e i magi, guidati dalla stella, vengono ad adorarlo.

Tu sei nato per noi Piccolo Bambino, Dio eterno!205

 

526     «Diventare come i bambini» in rapporto a Dio è la condizione per entrare nel Regno206; per questo ci si deve abbassare207, si deve diventare piccoli; anzi, bisogna «rinascere dall'alto» (Gv 3,7), essere generati da Dio208 per «diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Il Mistero del Natale si compie in noi allorché Cristo «si forma» in noi209. Natale è il Mistero di questo «meraviglioso scambio»:

O admirabile commercium! Creator generis humani, animatimi corpus sumens, de virgine nasci dignatus est; et procedens homo sine semine, largitus est nobis suam deitatem - O meraviglioso scambio! Il Creatore ha preso un'anima e un corpo, è nato da una vergine; fatto uomo senza opera d'uomo, ci dona la sua divinità210

 

I Misteri dell'infanzia di Gesù

527     La Circoncisione di Gesù, otto giorni dopo la nascita211, è segno del suo inserimento nella discendenza di Abramo, nel popolo dell’Alleanza, della sua sottomissione alla Legge212, della sua abilitazione al culto d'Israele al quale parteciperà durante tutta la vita. Questo segno è prefigurazione della «circoncisione di Cristo» che è il Battesimo213.

 

528     L'Epifania è la manifestazione di Gesù come Messia d'Israele, Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Insieme con il battesimo di Gesù nel Giordano e con le nozze di Cana214, essa celebra l'adorazione di Gesù da parte dei «magi» venuti dall'Oriente215. In questi «magi», che rappresentano le religioni pagane circostanti, il Vangelo vede le primizie delle nazioni che nell'Incarnazione accolgono la Buona Novella della salvezza. La venuta dei magi a Gerusalemme per adorare il re dei giudei216 mostra che essi, alla luce messianica della stella di Davide217 cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni218. La loro venuta sta a significare che i pagani non possono riconoscere Gesù e adorarlo come Figlio di Dio e Salvatore del mondo se non volgendosi ai giudei219 e ricevendo da loro la promessa messianica quale è contenuta nell'Antico Testamento220. L'Epifania manifesta che «la grande massa delle genti» entra «nella famiglia dei Patriarchi»221 e ottiene la «dignità Israelitica»222.

 

529     La Presentazione di Gesù al Tempioio223 lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore224. In Simeone e Anna è tutta l'attesa di Israele che viene all’Incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, «luce delle genti» e «gloria di Israele», ma anche come «segno di contraddizione». La spada di dolore predetta a Maria annunzia l'altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza «preparata da Dio davanti a tutti i popoli».

 

530     La fuga in Egitto e la strage degli innocenti225 manifestano l'opposizione delle tenebre alla luce: «Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto» (Gv 1, 11). L'intera vita di Cristo sarà sotto il segno della persecuzione. I suoi condividono con lui questa sorte226. Il suo ritorno dall'Egitto227 ricorda l'Esodo228 e presenta Gesù come il liberatore definitivo.

 

I Misteri della vita nascosta di Gesù

531     Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un'esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio229, vita nella comunità. Riguardo a tutto questo periodo ci è rivelato che Gesù era «sottomesso» ai suoi genitori e che «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 51-52).

 

532     Nella sottomissione di Gesù a sua madre e al suo padre legale si realizza l'osservanza perfetta del quarto comandamento. Tale sottomissione è l'immagine nel tempo della obbedienza filiale al suo Padre celeste. La quotidiana sottomissione di Gesù a Giuseppe e a Maria annunziava e anticipava la sottomissione del Giovedì Santo: «Non... la mia volontà...» (Lc 22, 42). L'obbedienza di Cristo nel quotidiano della vita nascosta inaugurava già l'opera di restaurazione di ciò che la disobbedienza di Adamo aveva distrutto230.

 

533     La vita nascosta di Nazaret permette ad ogni uomo di essere in comunione con Gesù nelle vie più ordinarie della vita quotidiana:

Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo... In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile e indispensabile dello spirito... Essa ci insegna il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos'è la famiglia, cos'è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro e inviolabile... Infine impariamo una lezione di lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del «Figlio del falegname»! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana... Infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello231.

 

534     II ritrovamento di Gesù nel Tempio232 è il solo avvenimento che rompe il silenzio dei Vangeli sugli anni nascosti di Gesù. Gesù vi lascia intravedere il mistero della sua totale consacrazione a una missione che deriva dalla sua filiazione divina: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49). Maria e Giuseppe «non compresero» queste parole, ma le accolsero nella fede, e Maria «serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2, 51) nel corso degli anni in cui Gesù rimase nascosto nel silenzio di una vita ordinaria.

 

III.                       I Misteri della vita pubblica di Gesù

Il battesimo di Gesù

535     L'inizio233 della vita pubblica di Gesù è il suo battesimo da parte di Giovanni nel Giordano234. Giovanni predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3, 3). Una folla di peccatori, pubblicani e soldati235, farisei e sadducei236 e prostitute237 vengono a farsi battezzare da lui. Ed ecco comparire Gesù. Il Battista esita, Gesù insiste: riceve il battesimo. Allora lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su Gesù e «una voce dal cielo» dice: «Questi è il Figlio mio prediletto»238. E la manifestazione («Epifania») di Gesù come Messia di Israele e Figlio di Dio.

 

536     II battesimo di Gesù è, da parte di lui, l'accettazione e l'inaugurazione della sua missione di Servo sofferente. Egli si lascia annoverare tra i peccatori239; è già «l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1, 29); già anticipa il «battesimo» della sua morte cruenta240. Già viene ad adempiere «ogni giustizia» (Mt 3, 15), cioè si sottomette totalmente alla volontà del Padre suo: accetta per amore il battesimo di morte per la remissione dei nostri peccati241. A tale accettazione risponde la voce del Padre che nel Figlio suo si compiace242. Lo Spirito, che Gesù possiede in pienezza fin dal suo concepimento, si posa e rimane su di lui243. Egli ne sarà la sorgente per tutta l'umanità. Al suo battesimo, «si aprirono i cieli» (Mt 3, 16) che il peccato di Adamo aveva chiuso; e le acque sono santificate dalla discesa di Gesù e dello Spirito, preludio della nuova creazione.

 

537     Con il Battesimo, il cristiano e sacramentalmente assimilato a Gesù, il quale con il suo battesimo anticipa la sua morte e la sua Risurrezione; il cristiano deve entrare in questo mistero di umile abbassamento e pentimento, discendere nell'acqua con Gesù, per risalire con lui, rinascere dall'acqua e dallo Spirito per diventare, nel Figlio, figlio amato dal Padre e «camminare in una vita nuova» (Rm 6, 4):

Scendiamo nella tomba insieme con Cristo per mezzo del Battesimo, in modo da poter anche risorgere insieme con lui; scendiamo con lui per poter anche risalire con lui; risaliamo con lui, per poter anche essere glorificati con lui244. Tutto ciò che è avvenuto in Cristo ci fa comprendere che, dopo l'immersione nell'acqua, lo Spirito Santo vola su di noi dall'alto del cielo e che, adottati dalla Voce del Padre, diventiamo figli di Dio245.

 

La tentazione di Gesù

538     I Vangeli parlano di un tempo di solitudine di Gesù nel deserto, immediatamente dopo che ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni: «Sospinto» dallo Spirito nel deserto, Gesù vi rimane quaranta giorni digiunando; sta con le fiere e gli angeli lo servono246. Terminato questo periodo, Satana lo tenta tre volte cercando dì mettere alla prova la sua disposizione filiale verso Dio. Gesù respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel Paradiso e quelle d'Israele nel deserto, e il diavolo si allontana da lui «per ritornare al tempo fissato» (Lc 4, 13).

 

539     Gli evangelisti rilevano il senso salvifico di questo misterioso avvenimento. Gesù è il nuovo Adamo, rimasto fedele mentre il primo ha ceduto alla tentazione. Gesù compie perfettamente la vocazione d'Israele: contrariamente a coloro che in passato provocarono Dio durante i quaranta anni nel deserto247, Cristo si rivela come il Servo di Dio obbediente in tutto alla divina volontà. Così Gesù è vincitore del diavolo: egli ha «legato l'uomo forte» per riprendergli il suo bottino248. La vittoria di Gesù sul tentatore nel deserto anticipa la vittoria della passione, suprema obbedienza del suo amore filiale per il Padre.

 

540     La tentazione di Gesù manifesta quale sia la messianicità del Figlio di Dio, in opposizione a quella propostagli da Satana e che gli uomini249 desiderano attribuirgli. Per questo Cristo ha vinto il tentatore; per noi: «Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4, 15). La Chiesa ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel deserto con i quaranta giorni della Quaresima.

 

«Il Regno di Dio è vicino»

541     «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: "II tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convenitevi e credete al Vangelo"» (Mc 1, 15). «Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il Regno dei cieli»250. Ora, la volontà del Padre è di «elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina»251. Lo fa radunando gli uomini attorno al Figlio suo, Gesù Cristo. Questa assemblea è la Chiesa, la quale in terra; costituisce «il germe e l'inizio» del Regno di Dio252.

 

542     Cristo è al centro di questa riunione degli uomini nella «famiglia di Dio». Li convoca attorno a sé con la sua Parola, con i suoi «segni» che manifestano il Regno di Dio, con l'invio dei suoi discepoli. Egli realizzerà la venuta del suo Regno soprattutto con il grande Mistero della sua Pasqua: la sua morte in croce e la sua Risurrezione. «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32). «Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo»253.

 

L'annunzio del Regno di Dio

543     Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno. Annunziato dapprima ai figli di Israele254, questo Regno messianico è destinato ad accogliere gli uomini di tutte le nazioni255. Per accedervi, è necessario accogliere la Parola di Gesù:

La Parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo: quelli che l'ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il Regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto256.

 

544     II Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l'hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per «annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4, 18)237. Li proclama beati, perché «di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5, 3); ai «piccoli» il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti258. Gesù condivide la vita dei poveri, dalla mangiatoia alla croce; conosce la fame259, la sete260 e l'indigenza261. Anzi, arriva a identificarsi con ogni tipo di poveri e fa dell'amore operante verso di loro la condizione per entrare nel suo Regno262.

 

545     Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: «Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2, 17)263. Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l'infinita misericordia del Padre suo per loro264 e l'immensa «gioia» che si fa «in cielo per un peccatore convertito» (Lc 15, 7). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita «in remissione dei peccati» (Mt 26, 28).

 

546     Gesù chiama ad entrare nel Regno servendosi delle parabole, elemento tipico del suo insegnamento265. Con esse egli invita al banchetto del Regno266, ma chiede anche una scelta radicale: per acquistare il Regno, è necessario «vendere» tutto267; le parole non bastano, occorrono i fatti268. Le parabole sono come specchi per l'uomo: accoglie la Parola come un terreno arido o come un terreno buono?269 Che uso fa dei talenti ricevuti?270 Al cuore delle parabole stanno velatamente Gesù e la presenza del Regno in questo mondo. Occorre entrare nel Regno, cioè diventare discepoli di Cristo per «conoscere i Misteri del Regno dei cicli» (Mt 13, 11). Per coloro che rimangono «fuori»271, tutto resta enigmatico272.

 

I segni del Regno di Dio

547     Gesù accompagna le sue parole con numerosi «miracoli, prodigi e segni» (At 2, 22), i quali manifestano che in lui il Regno è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato273.

 

548     I segni compiuti da Gesù testimoniano che il Padre lo ha mandato274. Essi sollecitano a credere in lui275. A coloro che gli si rivolgono con fede egli concede ciò che domandano276. Allora i miracoli rendono più salda la fede in colui che compie le opere del Padre suo: testimoniano che egli è il Figlio di Dio277. Ma possono anche essere motivo di scandalo278. Non mirano a soddisfare la curiosità e i desideri di qualcosa di magico. Nonostante i suoi miracoli tanto evidenti, Gesù è rifiutato da alcuni279; lo si accusa perfino di agire per mezzo dei demoni280.

 

549     Liberando alcuni uomini dai i terreni della fame281, dell'ingiustizia282, della malattia e della morte283, Gesù ha posto dei segni messianici; egli non è venuto tuttavia per eliminare tutti i mali di quaggiù284, ma per liberare gli uomini dalla più grave delle schiavitù: quella del peccato285, che li ostacola nella loro vocazione di figli di Dio e causa tutti i loro asservimenti umani.

 

550     La venuta del Regno di Dio è la sconfitta del regno di Satana286: « Se io scaccio i demoni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il Regno di Dio» (Mt 12, 28). Gli esorcismi di Gesù liberano alcuni uomini dal tormento dei demoni287. Anticipano la grande vittoria di Gesù sul «principe di questo mondo» (Gv 12, 31). Il Regno di Dio sarà definitivamente stabilito per mezzo della croce di Cristo: «Regnavit a ligno Deus - Dio regnò dalla croce»288.

 

«Le chiavi del Regno»

551     Fin dagli inizi della vita pubblica, Gesù sceglie dodici uomini perché stiano confluì e prendano parte alla sua missione289; li fa partecipi della sua autorità e li manda «ad annunziare il Regno di Dio e a guarire gli infermi» (Lc 9, 2). Restano per sempre associati al Regno di Cristo, che, per mezzo di essi, guida la Chiesa:

Io preparo per voi un Regno, come il Padre l'ha preparato per me; perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio Regno, e siederete in trono a giudicare le dodici tribù d'Israele (Lc 22, 29-30).

 

552     Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto290. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nostro Signore allora gli aveva detto: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa» (Mt 16, 18). Cristo, «Pietra viva» (1Pt 2, 4), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli291.

 

553     Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: «A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 19). Il «potere delle chiavi» designa l'autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, «il Buon Pastore» (Gv 10, 11) ha confermato questo incarico dopo la Risurrezione: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 2l, 15-17).Il potere di «legare e sciogliere» indica l'autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli292 e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.

 

Un anticipo del Regno: La Trasfigurazione

554     Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro «cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto... e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 16, 21). Pietro protesta a questo annunzio293, gli altri addirittura non lo comprendono294. In tale contesto si colloca l'episodio misterioso della Trasfigurazione di Gesù295 su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano «della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme» (Lc 9, 31). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: «Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo» (Lc 9, 35).

 

555     Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per «entrare nella sua gloria» (Lc 24, 26), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul Monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia296. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio297. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: «Tota Trinitas apparuit: Pater in voce; Filius in nomine, Spiritus in nube clara - Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell'uomo, lo Spirito nella nube luminosa»298:

Tu ti sei trasfigurato sul monte, e, nella misura in cui ne erano capaci, i tuoi discepoli hanno contemplato la tua gloria, Cristo Dio, affinché, quando ti avrebbero visto crocifisso, comprendessero che la tua passione era volontaria ed annunziassero al mondo che tu sei veramente l'irradiazione del Padre299.

 

556     Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della Pasqua: la Trasfigurazione. Col battesimo di Gesù «declaratum fuit mysterium primae regenerationis - fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo»; la Trasfigurazione «est sacramentum secundae regenerationis - è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione»300. Fin d'ora noi partecipiamo alla Risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del Corpo di Cristo. La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo «il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3, 21). Ma ci ricorda anche che «è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio» (At 14, 22):

Pietro non lo capiva ancora quando sul monte desiderava vivere con Cristo. Questa felicità Cristo te la riservava dopo la morte, o Pietro. Ora invece egli stesso ti dice: Discendi ad affaticarti sulla terra, a servire sulla terra, a essere disprezzato, a essere crocifisso sulla terra. E discesa la Vita per essere uccisa; è disceso il Pane per sentire la fame; è discesa la Via, perché sentisse la stanchezza del cammino; è discesa la sorgente per aver sete; e tu rifiuti di soffrire?301

 

La salita di Gesù a Gerusalemme

557     «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, [Gesù] si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9, 51)302. Con questa decisione, indicava che saliva a Gerusalemme pronto a morire. A tre riprese aveva annunziato la sua passione e la sua Risurrezione303. Dirigendosi verso Gerusalemme dice: «Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme» (Lc 13, 33).

 

558     Gesù ricorda il martirio dei profeti che erano stati messi a morte a Gerusalemme304. Tuttavia, non desiste dall'invitare Gerusalemme a raccogliersi attorno a lui: «Gerusalemme... quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23, 37b). Quando arriva in vista di Gerusalemme, Gesù piange sulla città ed ancora una volta manifesta il desiderio del suo cuore: «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace! Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi» (Lc 19, 41-42).

 

L'ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme

559     Come Gerusalemme accoglierà il suo Messia? Dopo essersi sempre sottratto ai tentativi del popolo di farlo re305, Gesù sceglie il tempo e prepara nei dettagli il suo ingresso messianico nella città di «Davide, suo padre» (Lc 1, 32)306. E acclamato come il figlio di Davide, colui che porta la salvezza («Hosanna» significa: «Oh, sì, salvaci!», «donaci la salvezza!»). Ora, «Re della gloria» (Sal 24,7-10) entra nella sua città cavalcando un asino307: egli non conquista la Figlia di Sion, figura della sua Chiesa, né con l'astuzia né con la violenza, ma con l'umiltà che rende testimonianza alla Verità308. Per questo i soggetti del suo Regno, in quel giorno, sono i fanciulli309 e i «poveri di Dio», i quali lo acclamano come gli angeli lo avevano annunziato ai pastori310. La loro acclamazione, «Benedetto colui che viene nel Nome del Signore» (Sal 118, 26), è ripresa dalla Chiesa nel «Sanctus» della Liturgia eucaristica come introduzione al memoriale della Pasqua del Signore.

 

560     L'ingresso di Gesù a Gerusalemme manifesta l'avvento del Regno che il Re-Messia si accinge a realizzare con la Pasqua della sua morte e Risurrezione. Con la celebrazione dell'entrata di Gesù in Gerusalemme, la domenica delle Palme, la Liturgia della Chiesa da inizio alla Settimana Santa.

 

In sintesi

561     «Tutta la vita di Cristo fu un insegnamento continuo: i suoi silenzi, i suoi miracoli, i suoi gesti, la sua preghiera, il suo amore per l'uomo, la sua predilezione per i piccoli e per i poveri, l'accettazione del sacrificio totale sulla croce per la Redenzione del mondo, la sua Risurrezione sono l'attuazione della sua Parola e il compimento della Rivelazione» 311.

 

562     I discepoli di Cristo devono conformarsi a lui, finché egli sia formato in loro312. «Per ciò siamo assunti ai Misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e risuscitati con lui, finché con lui regneremo» 313.

 

563     Pastori o magi, non si può incontrare Dio quaggiù che inginocchiandosi davanti alla mangiatoia di Betlemme e adorandolo nascosto nella debolezza di un bambino.

 

564     Con la sua sottomissione a Maria e a Giuseppe, come pure con il suo umile lavoro durante i lunghi anni di Nazaret, Gesù ci da l'esempio della santità nella vita quotidiana della famiglia e del lavoro.

 

565     Dall'inizio della sua vita pubblica al momento del suo battesimo, Gesù è il «Servo» totalmente consacrato all'opera redentrice che avrà il compimento nel «battesimo» della sua passione.

 

566     La tentazione nel deserto mostra Gesù, Messia umile che trionfa su Satana in forza della sua piena adesione al disegno di salvezza voluto dal Padre.

 

567     Il Regno dei deli è stato inaugurato in terra da Cristo. «Si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere, nella persona di Cristo»314. La Chiesa è il germe e l’inizio di questo Regno. Le sue chiavi sono affidate a Pietro.